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gno, e quindi non meritevole di corrispondenza, colui, che cotali omaggi del cuore per tutt' altra guisa significasse che per rima, così era un canone di quella moda, che per mezzo solo di sonetti, canzoni e ballate dovesse farsi all'amore. Di qui parimente, che chi volea far mostra di sapere e levarsi in qualche grido d' uom letterato, dovesse por mano ai versi, e cantare d'amore, innamorato o no che fosse. L'imperator Federigo, il re Enzo e più principi di que' tempi furono anch'essi poeti; e chi amante non avea, fingea d'averla, o facea credere di esserne innamorato per fama, come il Dante maianese, che standosi in sui colli di Fiesole diceasi preso della Nina, che avea sua stanza in Sicilia.

Che era dunque venuto da cotesta vecchia scuola? Che l'amore, per mezzo di consonanze e di ritmi, ciarlasse piuttosto che parlasse il linguaggio della passione e del cuore. Della qual cosa Dante conosciuto il difetto, volle provarsi ad unire all'armonia de' versi il calore del sentimento, e così sulle rovine dell'antica fondare una scuola novella: e riuscìgli appieno la prova. Adunque non farà d'uopo l'analizzare più avanti il passo or citato, ch'è come un' arte poetica buona per tutte le nazioni e tutte l'età, ma solo il rammentarsi che assai di buon'ora, cioè fino dalla sua fanciullezza, Dante fu preso a' lacci di due begli occhi e d'un sembiante gentile.

La passione d'amore fu anzi nell' Alighieri una delle più costanti, cotalchè bene s'avvisò il Petrarca di collocarne lo spirito nella terza sfera fra le anime innamorate. E Dante medesimo con ragione diceva:

Tutti li miei pensier parlan d'amore. »

Son. VI.

lo sento si d'Amor la gran possanza,

Ch'io non posso durare
Lungamente a soffrire ec. »

Canz. XIII, st. I.

Il suo cuore sentiva più di quello che si potesse da lui, sebben maestro nell' arte del dire, significar con parole. E può ben dirsi col Foscolo, che se l'intelletto così nel Petrarca, come nell' Alighieri, ebbe virtù da' naturali e inalterabili movimenti del loro cuore, il fuoco però fu in Dante più profondo e più concentrato.... Volete (esclama Ginguené) una prova » dell'immenso amore, ond' arse il cuore di Dante? Leggete l'episodio di Francesca da Rimini. Egli non rinvenne quella novità, quell'armonia, quella candida semplicità, quella tenerezza, quella verità nella forza e nella elevatezza del suo ingegno, nè tampoco nella estensione del suo sapere: egli potè ciò ritrovar solamente nell'anima sua passionata e nella ri

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» cordanza delle sue tenere emozioni, e de' suoi puri e vivacis"simi affetti. Il profondo filosofo, l'imperturbabil teologo, il

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poeta sublime non avrebbe potuto inventare e dipinger così: » un tanto potere era serbato all' amante di Beatrice. "

Beatrice figlia di Folco Portinari, fu (siccom'è noto) colei che destò nel petto di Dante i primi palpiti dell'amore; fu la fiamma che accese il suo ingegno, e quella occulta potenza che di esso fece un poeta piuttosto unico, che straordinario. Però Dante istesso con tutta verità nel poema confessa di avere con tanto affetto amato cotesta donna,

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Ch'usci per lei della volgare schiera. »

In essa egli amò non un ente morale, come malamente alcuni vorrebbon far credere, ma un essere corporeo, che andava adorno di squisite bellezze e di rare virtù. Or poichè que st' amore fu la luce che irradiò la mente dell' Alighieri, e che lo scôrse per l'arduo cammin della gloria, farà d'uopo che ne discorriamo l'origine, i progressi, le modificazioni, e veggiamo in che si conformasse, in che differisse da quel sentimento, che l'uom tien da natura, e di quali effetti fosse quindi la causa.

Io non dirò qui il quando ed il come Dante incominciasse a sentire nel cuore la più dolce e insieme la più terribile delle passioni, dappoichè l'ho narrato nella dissertazione alla Vita Nuova. Soltanto dirò che l'amore di Dante per Beatrice era un' inclinazione di un cuor gentile per donzella adorna di tutti i pregii. Egli stesso avea detto che Amore e cuor gentil sono una cosa. Così, mentre con tanta energia descrive nelle sue opere i moti e i trasporti dell' infiammato suo cuore, si fa sempre gloria di essere stato dall' amor suo per quella gentile donzella guidato pel sentiero della virtù, ed esclama con lealtà: lo giuro per colui,

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Che Amor si chiama, ed è pien di salute,

Che scuza ovrar virtute

Nissun puote acquistar verace loda. »

Canz. XVII, st. V.

Avvegnachè l'immagine di Beatrice (egli dice nella Vita Nuova), la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d'Amore a signoreggiarmi, tuttavia era di sì nobile virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse, senza il fe. dele consiglio della ragione. Ed altrove: Buona è la signoria d'Amore, perchè trae l'intendimento del suo fedele da tutte le vili cose. Egli diceva ancora di più; cioè diceva, che dal· l'amore convenìa si movesse ogni qualunque bene, a raggiungere il quale tutto il mondo si affanna: e che senza la presenza dell'Amore rimaneasi inefficace ogni umana attitudine alle

buone opere, nella guisa stessa che, senza il concorso della luce, manca di vita un dipinto:

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Quando nel suo diciottesimo anno Dante rivide quella donzella, che già più tempo avanti avea veduta nella casa paterna, e ne ricevette un cortese saluto, gli parve toccare (il dirò colle sue stesse parole) tutti i termini della beatitudine. Egli ne provò sì fatta dolcezza, che come inebriato si partì dalle genti, e di subito ricorse in luogo solingo a meditare sovra tanta ventura. Di che egli prese a chiamar Beatrice sua salute e sua beatitudine, e ad affermare che, in virtù de' suoi gentili e dignitosi portamenti, poteano dirsi di lei quelle parole d'Omero: «Ella non sembra figlia d'uom mortale, ina d'alcuna divinità. "

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Per questa passione cominciò il suo spirito ad essere impedito nelle sue operazioni, perciocchè (egli dice) l'anima mia era tutta data a pensare di questa gentilissima: ond' io divenni in piccolo tempo di sì frale condizione, che a molti amici ne pesava: ed altri pieni d' invidia procacciavano di sapere di me quello, ch' io voleva del tutto celare ad altrui. Ed io accorgendomi del malvagio domandare che mi faceano, per la volontà d'Amore, il quale mi comandava secondo il consiglio della ragione, rispondea che Amore era quegli, che così m' avea governato: dicea ch' Amore, perocchè io portava nel viso tante delle sue insegne, che questo non si potea ricoprire. E quando mi domandavano: Per cui t'ha così distrutto questo amore? Ed io sorridendo guardava, e nulla dicea loro.

Ne' primi tempi di questo suo amore, trovatosi egli in loco donde potea mirare la sua Beatrice, una gentil donna di molto piacevole aspetto, situata nel mezzo della distanza, credendo che il giovane a lei risguardasse, a lui pure ella andava rivolgendo lo sguardo. Gli amici pensarono esser questa l'oggetto della sua passione, ed egli amò confermarli in tale credenza, per farne schermo alla verità. Parea temesse che i suoi affetti, comecchè purissimi e sanzionati dal costume di quell'età, potessero in qualche parte minorare il pregio, in che si tencano le rare virtù della sua amata Lungo tempo egli

tenne le genti in tale avviso, eziandio coll' artificio di scrivere a quando a quando de' versi (come la ballata O voi che per la via d' Amor passate) in lode di quella gentil donna, che gli s'era a caso parata davanti.1 Prese pure ardimento di scrivere un serventese (capitolo in terza rima or perduto) in lode delle sessanta più belle donne della città di Firenze, e fra di esse collocarvi pure costei. Ma avendovi posto altresì il nome di Beatrice, corse gran rischio di far palese il segreto. Per le quali cose, da lui stesso narrate, chiaramente apparisce, quanto il giovin poeta, a differenza di tutt' altri che teneansi a gloria il far pubblica pompa de' loro amori, fosse ritenuto e costumato, e geloso dell'onore, e della buona fama di Beatrice.

In uno de' suoi primi sonetti abbiamo, che da molti e diversi pensieri d'amore egli era combattuto sì, che gravosa gli facevan la vita. Volea trovar modo che tutti insiem s'accordassero, ma ciò non gli veniva fatto, se non che tutti s'accordavano in questo, cioè di gridar pietade e mercede:

Tutti li miei pensier parlan d'amore,
Ed hanno in lor si gran varietate,
Ch' altro mi fa voler sua potestate,
Altro folle ragiona il suo valore;.
Altro sperando m'apporta dolzore;
Altro pianger mi fa spesse fiate;
E sol s' accordano in chieder pictate
Tremando di paura, ch'è nel core.
Ond' io non so da qual materia prenda ;
E vorrei dire, e non so che mi dica:
Così mi trovo in amorosa erranza.
Chè se con tutti vo' fare accordanza,
Convenemi chiamar la mia nemica
Madonna la pietà, che mi difenda. »

Adunque amore facea continua battaglia nel cuore di lui, e, secondo ch' egli stesso racconta, spesse volte sì fortemente assalivalo, che non lasciavagli altro di vita se non un pensiero, che della sua donna parlava. Ma se così vivamente sentiva la forza della sua passione, così puri e casti n'eran peraltro gli affetti, che egli non potea a lungo sopportar la presenza della sua gentilissima donna: ma un tremore (com' egli dice) mirabile lo sorprendea tanto, ch'ogni sua potenza per lungo spazio di tempo pareva distrutta. Il qual fatto comprova

1 « Con lo schermo di questa donna mi celai alquanti anni e mesi, e, per più far credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scriver qui ec. » Nella Vita Nuore.

quella sentenza, che, se dalla bellezza le facoltà sensitive dell'uomo ricevono impulso, d'altra parte ne ricevono un freno. Egli adunque si dilungava dal loco, ove incontravagli quell'angoscioso tormento, e ritornava nella camera delle lacrime a disfogarvi il suo affanno. Ma come gli si ridestava nell' inmaginativa la meravigliosa bellezza di Beatrice, giungeagli tosto un desiderio di nuovamente vederla, il quale era di tanta virtù, che distruggeva nella sua mente ciò, che contro di quello si fosse potuto levare: ed era altresì di tanta forza, che lo stringeva nonostante i patimenti sofferti, a cercare la veduta di lei, ritornando per questo modo ai tremori e agli spasimi. Questo pure egli esprime nel sonetto Ciò che m' incontra nella mente, muore.

Alcune donne, trovatesi presenti a cotali trasfigurazioni del giovin poeta, lo interrogarono: « A che fine ami tu questa donna, poichè non puoi la sua presenza sostenere? Dilloci; chè certo il fine di cotale amore conviene che sia novissimo. » Ei loro rispose, il fine del suo amore essere il saluto della sua donna, e in esso dimorare quella beatitudine, ch' era 'l fine di tutti i suoi desiderii. Le sue prime poesie hanno infatti per argomento le bellezze e le virtù della sua donna, e i mirabili effetti del cortese saluto di lei, intorno al quale abbiamo più sopra veduto un sonetto meraviglioso. E quando per l'effetto di false voci addivenne che questo per Dante si dolce saluto gli fosse negato, ei si propose infra i sospiri e le lacrime di pur cantare di Beatrice, e di prendere per materia del suo parlare sempre mai quello, che fosse lode di lei; nel che sentiva (egli asserisce) tale beatitudine, che non potea, siccome il saluto, venirgli meno giammai. Ed allora incominciò quella

sua canzone:

Donne, ch'avete intelletto d'amore,

lo vo' con voi della mia donna dire,
Non perch' io creda sue laudi finire,
Ma ragionar per isfogar la mente.
lo dico, che pensando il suo valore,
Amor si dolce mi si fa sentire,

Che s'io allora non perdessi ardire

Farei parlando innamorar la gente, ec. »

Tutti i suoi pensieri, tutte le sue operazioni erano vôlte ad incontrare il gradimento dell'oggetto amato: però coll' entusiasmo d' un amore che confondeasi con un sentimento di devozione, egli ne celebrava le rare virtù, asserendo che la sola vista di Beatrice spegnea in lui ogni pravo appetito, e gli alimentava nel seno una fiamma di carità e d'umiltà. Anzi questi mirabili effetti, che in sè sentiva, credea e volea far

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