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SONETTO XLVIII.

Poichè, sguardando, il cor feriste1 in tanto
Di grave colpo, ch'io batto di vena,2
Dio, per pietade or dagli alcuna lena,
Che' tristo spirto si rinvegna alquanto.
Or non mi vedi consumare in pianto
Gli occhi dolenti per soverchia pena,
La qual si stretto alla morte mi mera,
Che già fuggir non posso in alcun canto ?
Vedete, donna, s'io porto dolore;

E la mia voce s'è fatta sottile,

Chiamando a voi mercè sempre d'amore!
E s'el v'aggrada, donna mia gentile,

Che questa doglia pur mi strugga il cuore,
Eccomi apparecchiato servo umile.

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Anche questo sonetto, che nel codice ambrosiano più volte citato sta col nome di Dante Alighieri, fu prodotto in luce da} Witte, il quale lo diede come probabilmente legittimo. Infatti i versi

a

Or non mi vedi consumare in pianto
Gli occhi dolenti per soverchia pena,

ci ricordano quelli della canzone VI

e l'altro

Gli occhi dolenti per pietà del core
Ianno di lagrimar sofferto pena; »

La qual si stretto alla morte mi mena ▪

ei richiama in egual modo alla mente quello della canzone suddetta,

Che appoco appoco alla morte mi mena. »

Pur nonostante non lo colloco fra i legittimi, perchè della sua originalità parmi sempre lasciare qualche dubbiezza.

In esso (secondo il Witte) si fanno dal Poeta delle allocuzioni alla sua donna e ad Amore (figurato nel vocabolo Dio); a questo col pronome tu, a quella col pronome voi. Ma

forse la voce Dio, può qui meglio interpretarsi per un' esclamazione, cioè Deh, come nella ballata XI:

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Togliete via le vostre porte omai,
Ed entrerà costei che l'altre onora;
Ch'è questa donna, in cui pregio dimora,
Ed è possente e valorosa assai.

Ohimè, lasso, chimè ! 3 — Dimmi, che hai?*

6

Io tremo sì, ch'i' non potrei ancora.
Or ti conforta, ch'io sarotti ognora
Soccorso e vita, come dir saprai.
Io mi sento legar tutte mie posse
Dall' occulta virtù che seco mena,

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E veggio Amor, che m'impromette pena. -
Volgiti a me, ch' io son di piacer piena,

E solo addietro cògli le percosse,

Nè non dubbiar, chè tosto fien rimosse."

Questo sonetto (dice il Witte, per cui e' fu messo in luce) si trova col nome di Dante Alighieri non solamente " nel codice ambrosiano (che abbiamo ricordato altre volte), "ma ancora in un codice comprato ultimamente dal chiarissimo " abate Bettio per la Marciana. Quest' ultimo codice attri"buisce a Dante 13 sonetti, 11 de' quali si trovano nel co» dice laurenziano 118 (Catal. Bandini, vol. V, pag. 228-30) col nome del sanese ser Dino Forestani detto il Saviozzo, » di cui vedi il Crescimbeni, vol. II, parte II, lib. II. Degli » altri due, il primo si trova senza nome d'autore in un altro » codice della biblioteca suddetta; il secondo è il sonetto » presente."

Il quale è scritto a modo di dialogo, e gl' interlocutori ne

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IL CANZONIERE DI DANTE ALIGHIERI.

sono Amore, il Poeta e la donna sua; e sembra essere al legorico. E in questo concetto si tratterebbe delle difficoltà, che presenta lo studio della filosofia, e del piacere che ad un tempo se ne ritrae. Ma se qualche frase lo fece al Witte ritenere per lavoro di Dante, ve ne hanno altre che ingene. rano molta dubbiezza: ond'è ch'io stimo doverlo collocare fra i componimenti di questa seconda specie.

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RIME APOCRIFE.

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