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Sancta che fusti di tal grazia infusa,
Meritasti portar sì ricco pegno,

Che di morte eternal sempre ci scusa.
Maria, per te si viene al santo regno:

Tu sei la nostra stella e nostra guida,
Che solo ne conduci al dritto segno.
Mater, misericordia ciascun grida,

Che ci scampasti da quel gran periglio,
Che infin di là da te s'udir le strida.
Dei ancilla, figlia del tuo figlio,

Deh! non guardare al nostro grand' errore,
Regina eccelsa del sommo consiglio.
Ora quel clementissimo pastore,

E che conceda ad esto pover gregge
Della sua verità lume e splendore.
Pro noi pur prega tu chi 'l mondo regge,
Nostra avvocata nanti all'alto sire,
Che ponga fine a nostra infirma legge.
Nobis soccorri, non ti vincan l'ire,
Acciò che 'l nostro error non togli e priva
Della tua grazia ogni nostro desire.
Peccatoribus pace, o vera, o diva

E chiara lampa, che sola del mondo
Meritasti portar palma giuliva.
Amen, libera noi dal mortal pondo,

E fa contra al nemico abbiam vittoria,
Che non ci meni dell' abisso al fondo,
E teco noi vegnamo in la tua gloria.*

Il presente componimento poetico, tratto da un MS. della fine del secolo XIV, o del principio del XV, fu pubblicato dal dottor Anicio Bonucci col titolo Ave Maria inedita di Dante Alighieri, Bologna, presso Marsigli e Rocchi, 1853. L'erudito sig. Agostino Gallo (Giornale officiale di Sicilia, 12 luglio 1853), il chiarissimo signor Luigi Muzzi, e l'egregio mio amico professore Vincenzio Nannucci (ivi, 28 settembre 1853, ed altresì il valente bibliografo Colomb de Batines (Monitore Toscano, 19 gennaio 1854), furono d'avviso, che

questo componimento, il quale non trovasi in nessuno de'molti codici delle biblioteche di Firenze e di Roma, non sia affatto di Dante Alighieri. Pienamente dello stesso avviso son io: onde senza farvi sopra alcuna disquisizione, riferirò qui appresso le parole del Nannucci, che saranno all' uopo più che bastanti.

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Ho letto con mia somma sodifazione (scrive il Nannucci - al Gallo, nel dì 19 agosto 1853) l' articolo, che vi siete compiaciuto inviarmi, e che avete pubblicato nel Giornale officiale di Sicilia, intorno all' Ave Maria consegnata alla » luce dal dottor Bonucci sotto il nome di Dante. E siccome » desiderate ch'io vi dica apertamente se abbiate bene o no giudicato di quella scrittura, e di che avviso io mi sia su » questo particolare, così vi rispondo con tutta schiettezza essere secondo me giustissime, incontrastabili e fondate sulla "sana critica le ragioni, che avete arrecate a provare che "l'Ave Maria suddetta non può appartenere in nessun conto » al nostro maggior Poeta; e tale fu il mio giudizio, senza » che mi sorgesse nella mente alcun dubbio, fin dal primo " momento ch' io l'ebbi sott' occhio. E se la brevità d'una lettera, e più d'ogni altro la mia travagliata salute, non m'impedissero d' estendermi su quest' argomento, potrei aggiungere altre práve a quelle, che avete addotte a confer» mare vie maggiormente la vostra sentenza. Pur tuttavia volendo dirvene alcuna cosa, mi restringerò a due sole osser" vazioni.

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"La prima, che dicendo il suddetto componimento esser » lavoro di Dante perchè sotto il suo nome si contien nel co» dice del dottor Bonucci, è lo stesso che non dir nulla, ed accusa anzi mancanza di critica, non essendo ascoso a chi » si è fatto a svolgere i codici quale e quanto fosse l'arbitrio e più sovente l'ignoranza, ed anche la mala fede de' copisti " nell'attribuire secondo le loro mire a certi autori alcune scritture, che loro non spettavano affatto. Ve ne darò un " esempio. Nel cod. riccard. 2760 si ha Una lauda divota di » Nostra Donna fatta per messer Giovanni Boccaccio; e quella lauda non è niente meno che la canzone del Petrarca » che incomincia Vergine bella che di Sol vestita. Parimente " nel cod. 1705 I dieci Comandamenti di Dio, i sette Peccati mortali, il Pater nostro e l' Ave Maria, che quivi si dicono fatti in volgare ed in rima per lo maestro Antonio » da Ferrara, son quelli che si contengono nel Credo di » Dante. Così il Poema della passione di Gesù Cristo, che il » Mehus e il Perticari han creduto del Boccaccio per esser riportato col suo nome in due codici, l'uno laurenziano e l'altro riccardiano, in uno parimente riccardiano, e in un

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» altro assai antico della biblioteca di Siena, è detto appar" tenere a Niccolò di Mino di Cicerchia da Siena, ed è in quest'ultimo indicato perfino l'anno in cui fu scritto, cioè » nel 1364. E che il suddetto poema sia lavoro, non del Boc"caccio, ma sì d'un poeta da Siena, non si sarebbe posto in dubbio, quando si fosse gettato l'occhio su tante voci e de» sinenze, proprie del dialetto senese, che vi si leggono, e "delle quali non vi ha neppure un vestigio in tutte le opere "sì in verso che in prosa del Certaldese. Finalmente nella "Raccolta di rime e prose del buon secolo della lingua, pub"blicata dal can. Telesforo Bini, Lucca 1852, si legge una » Lauda a un frate novello, assegnata dal codice Venturi al "beato Jacopone, ed è la serventese del Cavalca che comincia » Poichè se' fatto frate, o caro amico, dataci nella raccolta "suddetta per inedita, ma che si legge stampata dietro le » trenta stoltizie del Cavalca, e poi riprodotta nella Raccolta » di rime antiche toscane, Palermo 1817. E anche un sonetto » che principia Fior di virtù si è gentil coraggio, che quivi è attribuito a Dante, è di Folgore da San Gemignano, come » si può vedere nella raccolta dell' Allacci, e ne' Poeti del » primo secolo, Firenze 1816. Altri infiniti esempii avrei da » recarvi in mezzo per dimostrare come si voglia andare a rilento nel credere di questo o di quell' autore un dato componimento, perchè col suo nome è riportato in qualche co» dice, e particolarmente se è un solo, come quello del dottor » Bonucci. Ma passerò alla seconda osservazione, ch'è la più >> importante.

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» Nell'antipenultima terzina di quest' Ave Maria leggo:

» Nobis soccorri, non ti vincan l'ire,

» Acciò che 'l nostro error non togli e priva

Della tua grazia ogni nostro desire.

"Questo solo luogo basterebbe ad atterrare l'opinione del " Bonucci e di coloro che tengono con essolui essere stata » dettata da Dante. Imperciocchè voi vedete qui, mio pregia» tissimo amico, la voce priva per privi, vale a dire la terza " persona sing. dell'indicativo pres. in luogo di quella del congiuntivo: il qual brutto modo non è proprio che de' Lombardi, ed anco del dialetto napoletano; nè per quanto frunghiate in tutte le scritture de' padri della nostra lingua, e " in particolar modo toscani, non vi riuscirà mai di trovarne un solo esempio. E si vorrà poi affibbiarlo a Dante? Credat " Judæus Apella, non ego. E a chi mi dicesse d'aver egli " usato ancora altre voci lombarde nel suo Poema, nei Salmi penitenziali e nel Credo (sebbene ho qui tanto in mano da

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» poter provare il contrario), risponderei che altro è l'usare qualche parola d'un dato dialetto, ed altro il peccare con"tro le regole della grammatica e della lingua; e di questo non potrà mai esser Dante accusato da nessuno. Aggiungerò ancora, non esservi esempio in tutte le sue opere e in " verso ed in prosa, ch'egli abbia adoperato ne' verbi di se"conda coniugazione la desinenza in i nella terza persona sing. del congiuntivo, come si usa particolarmente da'cinque» centisti, e come si vede in quel togli per toglia nella ter» zina sopra citata, ed in quel vogli per voglia, ossia volga, » nella terza. E notate, che vollere o vogliere per volgere non " è della lingua fiorentina, ma del dialetto senese. E nella » tredicesima terzina quel sacristia vi par egli farina del "sacco di Dante, o non piuttosto di quello del frate divoto, » dal quale voi supponete scritta quest' Ave Maria? e ci » scommetterei che avete dato nel segno: chè leggendosi nella " ventesima terzina:

. E che conceda ad esto pover gregge
⚫ Della sua verità lume e splendore,

" con l'esto pover gregge è facile che il divoto frate abbia » indicata la comunità del suo monastero, invocando l'aiuto » della Vergine. Lascio poi la camera del Spirito santo, il porsi e il fidar sè nelle sue braccia, la lode umana che re"gna al mondo, Cristo che in sulla croce ci dette il lume

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della sua lucerna, la Vergine lustra porta della Chiesa, lo " scusar di morte eternale, il por fine all' infirma legge, il " portar la palma giuliva del mondo, il liberare dal mortal pondo, ed altre stemperate e dilavate frasi e dizioni, ed aggiunti soverchiamente ripetuti, che si discostano le mille » miglia dall'alta fantasia e dall' ingegno creatore di Dante. » Concludendo, per le cose esposte, e per quelle che voi » stesso avete con retto criterio osservate, io torno a dirvi » che quest' Ave Maria non l'ho tenuta, nè potrò mai tenerla » per parto legittimo del nostro sovrano Poeta. "

Avverti, che le prime parole d'ogni ternario, poste in corsivo, compongono ordinatamente l' Are Maria.

2 Le parole nunc et in hora morlis nostræ, che mancano nell' acro

stico, non furono (com'è noto) definitivamente approvate e introdotte nella Salutazione angelica, che da Pio V, onde per l'avanti il dirle o l'intralasciarle restava in arbitrio de' fedeli.

DANTE. - 1.

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16

DI ALCUNI FRAMMENTI

CHE SI VEGGONO A STAMPA, E DI VARII ALTRI COMPONI MENTI LIRICI, CHE NE' CODICI S' INCONTRANO FALSAMENTE ATTRIBUITI A DANTE ALIGHIERI,

Il Redi (annotazioni al Bacco in Toscana, Firenze 1691, pag. 111) riporta il seguente brano di un sonetto di 16 versi, o vogliam dire sonetto colla coda, che in un antico suo MS. stava col nome del divino Poeta:

lacopo, io fui nelle nevicate alpi,

Con quei gentili dond'è nata quella,
Ch' Amor nella memoria ti suggella,
E par che tu parlando anzi li falpi.
Non credi tu, perch' io aspre vie scalpi,
Ch'io mi ricordi di tua vita fl'a....

Il Witte pure, allorquando nell' Antologia pubblicò la nota canzone Poscia ch' io ho perduta ec., riportò a modo di citazione e d'appoggio, i frammenti seguenti, ch' egli avea tratto da un codice, di cui non diede al pubblico verun ragguaglio.

E se 'l mio dire in la tua mente pegni,

Tu

troverai in tutto chiaro e vero.

Leggi questo saltero:

Da poi che venne Carlo con affanno,

Sempre ha cresciuto, e crescerà 'l tuo danno.

Nuova figura, speculando in vetro,

Appare a me vestita negra e bianca,

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