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un sonetto, che il codice vaticano 5133 attribuisce a Dante, e che incomincia così:

Chi vuol star sano, osservi questa norma:
Non mangiar senza voglia, e cena breve;
Mastica bene quel che tu riceve,

E sia ben cotto e di semplice forma. »

E prosegue in un modo anco peggiore di questo. Ma già l'editore di esse sospettò forte che di Dante non fosse: ed infatti il cod. laurenziano 103, Plut. 90 sup. pag. 172, che pur lo contiene, non dice che sia di Dante.

Senza contare i frammenti e le altre poesie, che giacciono (siccome ho detto) inedite ne' codici, centoquaranta poetici componimenti, tra canzoni, sestine, ballate, sonetti e madrigali son adunque stati finora prodotti alla luce col nome di Dante Alighieri: de'quali soli settantotto possono dirsi a lui appartenenti, mentre gli altri sessantadue (tranne otto che per lo meno debbon dirsi di dubbia autenticità) appartengono a Fazio degli Uberti, a Guido Guinicelli, a Cino da Pistoia, a Guido Cavalcanti, a Dante da Maiano, a Sennnccio Benucci, a Tommaso Buzzuola, a Mino del Pavesaio, al Burchiello e ad altri rimatori alla burchiellesca, ad Antonio Pucci, a Butto Messo, a Cecco Angiolieri, ed a parecchi altri poeti incerti od anonimi. Nelle esclusioni ch' io ho fatto de' componimenti illegittimi, e nell' indicazione de' rimatori, a cui essi appartengono, io non pretendo d'aver sempre dato nel segno; ma il cortese lettore, considerando la natura d'un lavoro così lungo e così difficile come è il presente, vorrà condonarmi, io spero, que' falli in cui fossi per avventura caduto.

1 Così il Cicciaporci, nelle Rime di Guido Cavalcanti, e Anton Maria Zanetti nella recensione del citato codice 63. (Vedi Latin. et Ital. D. Marci Biblioth. Cod. MSS. recens. Venetiis, 1741, pag. 247.)

2 Opere del Trissino; 2 vol. in 40, Verona 1729, pag. 40 del II vol. Un'altra canzone di Dante fu detto da altri essere stata citata dal Trissino (ivi, pag. 81); ed essa incominciare

« In quella parte del giovinetto anno. »>

Ma i versi quivi citati non sono che le prime terzine del canto XXIV dell' inferno; nè il Trissino li cita come una canzone, ma come principio del detto canto del Poema.

3 I frammento riportato a pagina 323, e che comincia

« Similemente corri a sofferire. »

non è che un brano della decima stanza di detta canzone.

I SETTE SALMI PENITENZIALI

ED

IL CREDO

TRASPORTATI ALLA VOLGAR POESIA

DA DANTE ALIGHIERI

COLLE ILLUSTRAZIONI

DELL'ABATE FRANCESCO SAVERIO QUADRIO

conforme all'edizione di Bologna, 1753.

INTRODUZIONE.

Le reliquie degli uomini iliustrî si debbono conservar tutte, e pregiare; si per non so qual riverenza loro dovuta, e si perchè da esse qualche lampo sempre traluce, onde il merito dei loro autori vie più chiaro viene apparendo nel mondo. Uno di tali uomini fu senza veruna dubitazione Dante Alighieri, le cui famose ed alte opere hanno il suo nome all' immortalità consacrato. Tra queste, una traduzione de' Salmi Penitenziali e' pur fece, della qual fan menzione Giulio Negri, il Crescimbeni, ed altri. Ma niuno d'essi quest' opera vide impressa, non mentovandola che manoscritta: ed io sopra loro ho avuta si fatta sorte, che mi fu in Brescia mostrata dal gentilissimo padre Crotta della Congregazione dell' Oratorio stampata in uno con altre cose; siccome ho scritto nella mia Storia, facendo al pubblico manifesta si fatta stampa. Questa notizia avendo un cavaliere, amatore di detto Poeta e de' buoni studii, il marchese don Teodoro Alessandro Trivulzio, invogliato di vederne tal impressione, e ottenutone l'esemplare da me indicato, comunicò meco il generoso suo desiderio di procurarne una ristampa a pubblica soddisfazione e contentamento. Ed ecco ciò ch' io, per ubbidire a questo mio dolcissimo amico e signore, intraprendo di fare.

1

Di tre cose però io debbo qui da principio il leggitore avvertire: la prima è che non si produce mica al pubblico questa traduzione, come tratta da autentico originale, per modo che migliorar non si possa confrontandola co' mano1 Tom. VII, pag 120.

scritti, che di essa esistono in diverse biblioteche. Ma siccome nè la comodità a me è data, nè il tempo di poter ciò fare; così la gloria di ciò adempiere, è mestieri ch' io ceda e lasci ad altrui, che il farà senza dubbio altresì con più lode, che non avrei io fatto. Io produco qui unicamente una ristampa di quella copia, che sola mi è venuta alle mani; salvo che essa impressione essendo del quindicesimo secolo, scorrettis. sima e storpia, io l'ho alla moderna ortografia ridotta, per più facile intelligenza delle persone anco meno erudite; e a forza di congetture, se alla vera lezione non l'ho restituita, holla almeno migliorata d'assai.

La seconda cosa è, che avendo Dante nel suo libro Della Volgare Eloquenza 2 tre stili distinti, il tragico, cioè il sublime, il comico, cioè l'umile e l'elegiaco, a' dolenti dicevole e a' miseri, di quest'ultimo ha egli voluto con sommo giudizio in questo suo volgarizzamento valersi, più che del sublime, o del comico, in altre sue opere usati. E oso dire, che atteso anche solo tal capo, questa traduzione merita di essere antipostu a quant' altre di questi Salmi sieno state mai fatte, che non son poche: da che in essa più che in ogni altra, la semplicità e la naturalezza in uno colla divozione e coll'umiltà compariscon per tutto, come il sangue nel corpo, diffuse. Non è per ciò, che non si dieno a vedere di tratto in tratto le espressioni, e i pensieri, la libertà del rimare, e il far proprio del nostro interprete; intantochè chi è versato nell'altre sue poesie, senza pur essere prevenuto che questa fosse sua versione, non potrebbe a men di non dire: Questo è lavoro di Dante. Ma è, perchè ha egli saputo sì bene adattare l'idee e il dire al soggetto, che quanto nell'altre sue opere agli altri poeti ei sovrasta, altrettanto in questa per maestria e per giudizio gli avanza.

La terza cosa è, che Dante fu ognor uomo d'intelletto libero; onde si gloriava, al riferire di Pietro suo figliuolo, che non mai nè le parole, nè le rime lo avevano fatto dir cosa ch' egli non avesse voluto dire: ma bensì egli le parole e le rime aveva mai sempre a' suoi concetti e a' suoi voleri piegate. Per questo suo libero genio pertanto in questa sua traduzione non volle egli servilmente alle parole del testo attenersi, nè questo e quell' altro interprete nella spiegazione seguire: ma coll' alta sua mente piena di savere e di lumi, internandosi egli nel fondo de' sentimenti davidici, questi (quali egli giudicò al suo parere che fossero) venne egli in questo suo volgarizzamento accomodando alla italiana poesia. Ciò è stato cagione, che alcuni, non ravvisando in

1 Vedi pag. 76, verso 22,

2 Cap. IV.

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