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"Non mi va'se il richiamarti al diritto sentiero colle ispira"zioni e coi sogni tanto ti abbandonasti al tuo accieca" mento, che per ritrartene mi fu d'uopo mostrarti i castighi » delle perdute genti. "

Nè qui Beatrice fa fine alle rampogne, perciocchè ella prosegue, così dicendo (Canto XXXI): « Ma dimmi, dimmi, se questo, di che io ti rimprovero, sia vero: tanta accusa » conviene esser congiunta alla tua confessione. » Dante confuso e auroso a bassa voce risponde di sì: quindi dopo la tratta d un amaro sospiro, esclama piangendo:

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Ed ella: « Ancor che tu tacessi o negassi ciò, che ora con»fessi, la tua co'pa non fora meno nota, poichè sallasi tal » Giudice d'infini a sapienza, a cui tutto il passato e il futuro "7 è sempre presente. Tuttavia, perchè porti meglio vergogna del tuo errore, e perchè, udendo altra volta le sirene, ti di» mostri più forte, calma il dolore, ch'è cagione del tuo pianto, » ed ascolta così udirai come in parte contraria dovea con"durti l'imagine del mio terreno velo or sepolto. ·

»Mai non t'appresentò natura ed arte

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Piacer,' quanto le belle membra, in ch'io

Rinchiusa fui, e ch' or son terra sparte.

» E se questa grande terrena bellezza ti venne per la mia morte a mancare, qual' altra cosa mortale dovea poi occu"pare i tuoi desiderii? Istrutto dal primo esempio tu dovevi " inalzarti al di sopra degli oggetti terreni, e me seguir sem» pre, me, che più non era fallace e manchevole. Non do” veano farti abbassare il volo e farti provare colpi novelli o giovani donne o altre vanità parimenti caduche. L'inesperto augelletto può cadere in un secondo, in un terzo laccio, ma l'augello, le cui penne invecchiarono, non paventa più nè » reti, nè dardi. »

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Ecco pertanto una sincera confessione dell' Alighieri, per la quale si accusa di essersi talvolta (dopochè Beatrice era di carne diventata spirito) lasciato vincere dalla passione d'amo re. L'Alighieri non scese mai a velare coll'ipocrisia i proprii difetti, i quali peraltro non furon quelli d'un effeminato e di un libertino: chè s'ei non fu nemico del bel sesso, e s'ei talvolta sospirò per alcuna femmina, fece però

» Come la fronda, che flette la cima

1 Cioè, bellezza.

DANTE.-1.

Nel transito del vento, e poi si leva

Per la propria virtù, che la sublima..

La riportata confessione è dunque conforme al carattere franco e schietto di lui; ed il Poeta in tanto più volentieri mossesi a farla, in quanto che, come egli dice,

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Eppure alcuni pretendono che egli null'altro volesse in quella confessione ammettere, se non che di essere stato affascinato dall' amore degli studii profani, ovvero dalla vanità e ambizione degli impieghi e degli onori. Ma come potranno a cotal senso condursi quei versi, in fra gli altri, coi quali Beatrice così rimprovera a Dante i suoi trascorsi?

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Tuttavia, perchè me' vergogna porti

Del tuo errore, e perchè altra volta

Udendo le sirene sie più forte,

Pon giù il seme del piangere, ed ascolta;

Ben ti dovevi, per lo primo strale

Delle cose fallaci, levar suso

Diretr' a me, che non era più tale.
Non ti dovea gravar le penne in giuso,
Ad aspettar più colpi, o pargoletta,
Od altra vanità con si brev' uso."

Ed in conseguenza quale strana interpretazione dovrà darsi alle frasi Perchè altra volta udendo le sirene tu sia più forte Ben ti dovevi, per lo primo strale, levar su dalle cose fallaci Non ti dovea far provare più colpi giovine

donna?

Gli amori di Dante per varie femmine, come per la giovinetta Gentucca lucchese, per quella conosciuta sotto il nome di Montanina, e detta dal Corbinelli di Casentino, per un' altra da Anton Maria Amadi chiamata madonna Pietra della nobil famiglia padovana degli Scrovigni, per la bolognese e per altre, pensa il Dionisi esser tutte apparenze e sciocchezze, dette senza fondamento da chi non conosceva il subietto delle rime amorose dell' onestissimo Autore, nè la fatica da

1 Paradiso, canto XXVI, v. 85.

2 Figuratamente per bocca.

3 Vale a dire si spuntano le armi in mano alla divina giustizia. Aneddoto II, pag. 111.

lui intrapresa nel Convito per ischermirsi da somiglianti calunnie. lo sostengo peraltro, che l'opinione sugli amori per la lucchese e per la ignota femmina del Casentino non sia punto priva di fondamento, si per quello che abbiamo or ora osservato in proposito de' trascorsi che Beatrice all'Alighieri rimprovera, sì per quello che anderemo osservando fra poco.

Ma gli altri amori, cioè quelli per la padovana e per la bolognese, sostengo per lo contrario essere stati falsamente ed erroneamente supposti; e qui mi sto col Dionisi Dalle parole d'Anton Maria Amadi furono alcuni biografi indotti a credere, che la canzone

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Amor, tu vedi ben che questa donna, ■

fosse stata scritta da Dante per madonna Pietra della famiglia degli Scrovigni. Di tale credenza sembrano esser pure il Pelli e l' Arrivabene. Ma il Dionisi, che esaminando a fondo la cosa erasi dato pensiero di rintracciare, se dato alcuno probabile potesse sussistere nell' asserzion dell' Amadi, dovè dir sogghignando, che quella Pietra non era delle nostre petraie. Vero è che dall' Amadi si dice, esser la canzone stata composta per la Scrovigni: ma ciò si dice incidentemente senza citare i fatti, su cui basar l'asserzione, senza dare una prova almeno di probabilità, e gittando la parola a caso, come quella di cui far si dovesse veruno, o ben picciolo conto. Illustrando egli una sua canzone morale, e dichiarando il senso di una voce da sè stesso adoprata, dice così:1 «E da donno » deriva donna, che altrettanto monta che Signora, come appo "il Petrarca ec., ed appo colui, il qual tutto seppe, cioè Dan» te, in quella canzone, la quale egli nella sua Vita Nuova, » amando madonna Pietra della nobile famiglia de' Serovigni nadovana, compose, che incomincia Amor, tu vedi ben ec., » dove dice:

"

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Che suol dell' altre belle farsi donna...

E l'aer sempre in elemento freddo

Vi s converte si, che l'acqua è donna
In quella parte. »

Ora ciascheduno potrà vedere quanto piccolo fondamento sia da fare sopra sì poche e inconcludenti parole dell'Amadi alle quali non altro può dare un qualche leggerissimo grado di probabilità, se non il vocabolo Pietra, che nella citata canzone più volte riscontrasi. Ma questo istesso vocabolo, non che nella presente canzone non riscontrasi pure in quella I' son venuto, nell'altra Così nel mio parlar, e nelle tre

1 Annotazioni sopra una canzone morale, Padova 1565, in 4o, pag. 84.

sestine? Che forse dovrà dedursene che tutti questi e sei componimenti siano stati da Dante scritti per la Scrovigui? Nissuno degli antichi biografi dell' Alighieri parla di questa femmina padovana; nissuno fa cenno di simile innamoramento: anzi l'istesso Amadi colle sue parole medesime ne porge le armi per combattere la sua avventata asserzione, e per rilevarne l'assurdità. Egli dice che Dante nella sua Vita Nuova, amando madonna Pietra degli Scrovigni, scrisse la canzone Amor, tu vedi ben. Ma se per Vita Nuova intende l'Amadi indicare il libretto di Dante, che ha questo titolo, cade tosto di per sè stessa la sua assertiva; perciocchè in quello non riscontrasi la canzone accennata, nè vedesi punto fatto cenno di tale amoreggiamento. Se poi per Vita Nuova intende la vita giovanile, la sua assertiva cade egualmente di per sè stessa; perciocchè Dante non nella giovanile, ma nell'adulta età, e quando per l'esilio fu costretto a girne ramingo, si portò nella città di Padova, nella quale non dovè far dimora se non dopo aver oltrepassato l'età d'otto lustri. Adunque le parole dell'Amadi non posson meritare fede nessuna, nè porgere il più leggiero argomento intorno un tal fatto, di che taccion del tutto gli antichi biografi, e che a tutta ragione dee dirsi gratuitamente e falsamente supposto.

Le stesse ragioni del silenzio di tutti i biografi antichi, e dell' interpretazione erronea d'alcuna parola o frase, mil tano egualmente a provar supposto l'altro amore per la femmina bolognese. Dalle frasi

l' posso dir che mal vidi Bologna,

Ma più la bella donna ch'io guardai, »

1

le quali riscontransi nel sonetto Ahi lasso! ch' io credea trovar pietate, alcuni (e fra questi l' Arrivabene) dedussero che pure in Bologna Dante d'alcuna femmina s'invaghisse. Ma quanto costoro nell' affermazione di ciò n' andassero errati, sarà facil cosa il conoscere quando sapremo che il citato sonetto non è di Dante, ma sibbene di Cino. Come è noto che questo giureconsulto e poeta fu più volte in Bologna, ove fece lunga dimora, e che, perduta Selvaggia, passò d'amore in amore; così è certo che il sonetto a lui e non a Dante appartiene, dappoichè in tutte le stampe antiche e moderne, e in parecchi codici si vede col nome di Cino, mentre come pure a suo luogo dirò) fu a Dante malamente attribu o da Ber

2

1 Amori e rime di DANTE ALIGHIERI, Mantova, 1825, pag. CLI.

2 Vedi la Vita di Cino scritta dal prof. Ciampi, Pistoia 1826, pag. 45 e 46. è il sonetto di Dante che incomincia I' mi credea del tutto esser partilo, nor che la sua epistola a Cino medesimo.

nardo Giunti, sulla cui fede lo riprodussero poi i successivi editori.

Ma se nulla di vero riscontrasi intorno la bolognese e la padovana, non è (com' ho accennato più sopra) a dirsi altrettanto della lucchese e della casentinese. Dalle parole di Dante medesimo Purgatorio, canto XXIV, parmi che possa con molta certezza dedursi, ch'ei s'invaghi della prima nel tempo che, essendo egli esule, fece dimora nella città di Lucca. Ciò debb'essere avvenuto nel 1314, poscia che Uguccione della Faggiuola, strenuo capitano ghibellino, in allora potestà de' Pisani, insignoritosi di quella città, v'accolse l'amico Alighieri. Bonagiunta Urbiciani lucchese, trovatore contemporaneo di Dante, e da lui conosciuto nel mondo, per essersi scambievolmente scritti dei sonetti, viene dall' Alighieri incontrato (aprile 1300) nel sesto balzo del Purgatorio. Egli mormorava fra sè: Gentucca, Gentucca. Richiesto dall' Alighieri a palesargli il significato di quella parola, Vi ha una femmina, rispose, e non porta ancor benda (vale a dire, e di presente è assai giovane) la quale ti farà un giorno piacere la mia cit tà ancorchè vi sia taluno che or la riprenda e la sprezzi: intendendo dell'istesso Dante, il quale nel XXI dell'Inferno avea qualificati i Lucchesi per barattieri:

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Ma, em fa chi aarda, e poi fa prezza

Più d'un che d'altro, fe' io a quel da Lucca,
Chè più parea di me voler contezza.
Ei mormorava: e non so che Gentucca
Sentiva o là, ov ei sent a la piaga
Della gusia, che si g'i pilucca.
O anima, diss' o, che par si vaga

Di parlar meco, fa si ch' io t' intenda,
E te e me col tuo parlare appaga.
Femmina è nata, e non porta ancor benda,
Cominciò ei, che ti farà piacere

La mia città, come ch' uom la riprenda, ec..

Il senso contenuto in queste frasi è chiaro abbastanza: per esse vien significato che l'affetto, che Dante avrebbe un dì sentito per Gentucca, disacerberebbe lo sdegno dal Poeta concetto contro la patria di lei. Ed appunto in grazia di tale leggiadra donzella piaciutogli il soggiorno di Lucca, volle in certo modo espiar quello sdegno, per mezzo del gentile artificio della predizione di Bonagiunta. Che se in mezzo alla ealigine dell'antichità (dice il conte Troya) 2 può credersi alle

1 Vedi il TROYA, Del Veltro allegorico di Dante Firenze 1826, pag 141, 2 Loc. cit., pag. 142.

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