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18 Matth. X, 4.

19 Matth. XII, 46.

no così chiamati tropicamente Ciro (Isai. XLV, 1), ed i maggiorenti d' Israello (I. Paral. XVI, 22; Psalm. CIV, 15); ma quel 20 Questa specie di consecrazione, connome più d'ogni altro fu proprio di quel ferita all' umano connubio dal Redentore, Re e Sacerdote supremo, che per anto-col decorare della sua presenza un connomasia fu detto Messia e Cristo. Al quale vito nuziale, è notata peculiarmente da S. proposito non ometterò di notare la strana Agostino (Serm. 41 de Tempore), dal Criaffermazione del Rosenmüller (Schol. in sostomo (Hom. XIX in Joan.), dal V. BeMatth., I, 16), che il n o il xporós haud da (Homil. pro II. Domin. post Epiph.). commode vertitur unctus. Or perchè haud Ma S. Girolamo (Contra Jovin.) ci fa sacommode, se quella è anzi l'unica inter-pere, che quel Gioviniano abusava strapretazione, che possa darsi di quella voce ? namente di questo fatto, per agguagliare 8 Questa mutazione di nome ad indi- la verginità alle nozze, quasi che Cricare nuova destinazione è cosa antica esto, colla benedizione impartita a queste, solenne nelle Scritture. Le più memora- avesse disdetta la preferenza così aperbili si hanno in Abram, poscia chiamato tamente già concessa a quella. Abraham; in Sarai, detta quindi Sara, 21 Eph. V, 32. ed in Giacobbe, al quale, dopo la famo

22 Si è detto, ed è vero che l'appella

sa lotta coll' angelo, fu dato il nome di zione di donna, rúva presso gli antichi, Israel. Qualche cosa di analogo, ma di as- soprattutto greci, non avea nulla di meno sai più vasta significazione si ebbe in Si- che riverente, e si è ricordato da Dione mone denominato Cepha. Cassio (Hist. Lib. 41) avere Augusto detto a Cleopatra θάρσει, ᾧ γύναι, καὶ θυμὸν ἔχε

9 Matth., XVI, 18.

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AUGUSTINUS, De Cons. Evang. Lib. II, aya0v; fa cuore, donna, e prendi buon Cap. 1. Commendat nobis quid misericor- animo. Si è notato che il

enɔ quid diter dignatus sit esse pro nobis, et velut mihi et tibi, che fu detto da Davide (II, Reg. mysterium commendans admirabilis In- XVI, 10) non in aria di sdegno, ma di carnationis suae, nomen hoc saepius au- chi vuol essere lasciato stare. Pure vede ribus nostris insinuat.

11 I. Timoth. III, 16.

12 Matth. VIII, 20; XX, 18. 13 Luc. V, 24.

ognuno quanto siano poco concludenti questi esempi, applicati al caso di un figliuolo, e di tal figliuolo verso tal madre. Però dissi, che alla difficoltà di quel verso 4

14 Matth. XIII, 37 coll. ib. 41. Si vegga non si può occorrere colla filologia; e a questo proposito il Patrizi nel suo Com- bisogna, in tutti i modi, aver ricorso a mentario in Ioannem a. h. l. quella economia di Provvidenza, che è

15 Il più degl' Interpreti novera quei dichiarata nel testo della Lezione. tre giorni così: Il primo fu dell'arrivo del 23 La spiegazione da me data non è, Signore nella Galilea; il secondo del col-che un maggiore schiarimento di quella, loquio con Natanaele; il terzo, indicato che è suggerita comunemente dai SS. Padall' Evangelista espressamente (die tertia), dri; val quanto dire, che il Signor N. delle Nozze di Cana. Le cose sono in ordi- in quel caso parlò da Dio, perchè solo ne; ma forse per Orientali troppo affrettate. siccome tale avea potenza di far miracoli 16 Ios. XIX, 28. per propria virtù. Ora siccome Dio, era 17 Matth. XV, 22. È l'Alapide (in 4. verissimo, che non avea nessuna speciale 1.) che fa venire la mulier cananaea da attinenza di filiazione verso la SS. Verquesta seconda Cana; ma forse quando gine. Così Origene (In Catena Graec.), saremo ad esporre questo luogo di S. Mat- Agostino (Tract. CXIX In Ioan.; Libro teo, si vedrà che quella donna fu detta De Fide et Symb. cap. 4 et alibi), Teofilo cananaea, perchè era della gente cananea. Antioch. (Libro IV, Allegor.) ed altri. Ma

il soddisfarsi, l'emnon si nega, che nel

S. Bernardo (Sermon. in haec verba) credejed Esichio ha per uso vedere in quelle parole come una dichia-pirsi, λnpwτa. Ma se razione, che essendo cominciata la vita testo si suppone vera briachezza, si dee pubblica del Redentore, egli non voleva, tenere fermo ivi parlarsi di una comune che nelle opere di quella entrassero, come consuetudine, non di ciò, che in quel conche fosse, affezioni terrene. Tutte queste vito era avvenuto. sono ottime considerazioni, che si riducono

27 Psal. CIII, 15.

al medesimo concetto. Quello che non si può 28 Matth. XVI, 4. Generatio mala et in alcun modo ammettere, è che in quella adultera signum quaerit et signum non risposta occorresse pur l'ombra della si-dabitur ei, nisi signum Ionae prophetae; mulazione; nel che mi pare, che il Mal-ed o in questa medesima od in una cirdonato sia alquanto trascorso scrivendo costanza molto somigliante S. Marco (VIII, Hoc loco simulavit se matrem reprehen- 12) aggiunge, che il Signore disse quelle dere cum minime reprehenderet. Se avesse parole ingemiscens spiritu, e vuol dire comdetto visus est, pur pure! Ma quel simu- piangendo e deplorando la durezza dei colacit non lo posso mandar giù. loro cuori.

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L'hora, e più pei Greci l'apa vale il 29 Luc. XVI, 31. Si Moysen et prozapis, il tempestivum tempus, l'occasione phetas non audiunt, neque si quis ex opportuna; il quale significato risponde mortuis resurrexerit credent. molto bene al modo, onde si è spiegato Parrebbe incredibile; ma ognuno può nella Lezione il nondum venit hora mea. andarlo a vedere coi proprii occhi. Quel Benchè poi quel modo sembri molto ra- Littré, del quale ho fatto menzione in una gionevole, aggiungerò tuttavia pensarsi da delle precedenti Note, reca nella sua Prefagravi autori, che quella espressione signi- sione allo Strauss, da senno come un nuovo ficasse non essere venuto ancora il tempo trovato della scienza moderna, l'essere le dei miracoli, ma che nondimeno si anti- leggi della natura immutabili; nè sa recare cipava per riguardo alla Madre benedetta. altro argomento, fuori di questo, contro il Ciò non è niente conforme alla dottrina miracolo. E questi sono i luminari della esposta in questa e nella Lezione XIX; scienza moderna! Nè è maraviglia che essi nondimeno mi è paruto bene il riferirlo. e tra loro si tengano per tali; maraviglia

25 La metreta era misura greca, e ri-è bensì, che persone assennate e cristiane spondeva al massimo modulo di capacità fanno loro di berretta, e sotto specie di pei fluidi, che avessero gli Ateniesi; e cre- tolleranza non avrebbero il coraggio di do sia stata introdotta tra gli Ebrei con qualificarli per quei parabolani, che sono molte altre usanze e voci greche fin da veramente. Ed è questo il più discreto soquando i Siromacedoni cominciarono a me-naglio tra quanti se ne potrebbero loro scolarsi troppo nelle cose giudaiche.

26 Il μ:0ów briacarsi è da Filone (De Agric.) preso semplicemente per convivari;|

appiccare.

31 GREG. M. ex I. Cor. XIV, 22.

LEZIONE XXV.

Il N. S. a Cafarnao. Prima sua Pasqua dopo il battesimo. Scaccia i venditori dal Tempio. Nicodemo.

IOANNIS II.

12. Post hoc descen

multis diebus.

illud?

tribus diebus excitabis demus: Quomodo potest lius hominis, qui est in homo nasci, cum sit se-coelo. 21. Ille autem dicebat nex? Numquid potest 14. Et sicut Moyses dit Capharnaum ipse, et de templo corporis sui. in ventrem matris suae exaltavit serpentem in ita exaltari Mater eius, et fratres 22. Cum ergo resur- iterato introire, et re-deserto; eius, et discipuli eius rexisset a mortuis, re-nasci? oportet Filium hominis; et ibi manserunt non cordati sunt discipuli 5. Respondit Iesus: 15. Ut omnis, qui creeius, quia hoc dicebat, Amen, amen, dico tibi, dit in ipsum, non pereat, 13. Et prope erat et crediderunt Scriptu- nisi quis renatus fuerit sed habeat vitam aePascha Iudaeorum et rae, et sermoni, quem ex aqua et Spiritu san- ternam. ascendit Iesus Hieroso- dixit Iesus. cto, non potest introire 16. Sic enim Deus dilymam. 23. Cum autem esset in regnum Dei. lexit mundum, ut Fi11. Et invenit in tem- Hierosolymis in Pascha! 6. Quod natum est ex lium suum unigenitum plo vendentes boves, et in die festo, multi cre- carne, caro est: et quod daret, ut omnis, qui creoves, et columbas, et diderunt in nomine eius, natum est ex spiritu, dit in eum, non pereat, nummularios sedentes. videntes signa eius, spiritus est. sed habeat vitam ae15. Et cum fecisset 7. Non mireris, quia ternam. faciebat. quae quasi flagellum de fu24. Ipse autem Iesus dixi tibi: Oportet vos 17. Non enim misit in niculis, omnes eiecit de non credebat semeti-nasci denuo. Deus Filium suum ut 8. Spiritus ubi vult, mundum, iudicet templo, oves quoque, et psum eis, eo quod ipse boves, et nummulario-nosset omnes. spirat: et vocem eius mundum, sed ut salverum effudit aes, et men- 25. Et quia opus ei audis, sed nescis, unde tur mundus per ipsum. sas subvertit. non erat, ut quis testi- veniat, aut quo vadat: 18. Qui credit in eum, 16. Et his, qui colum-monium perhiberet de sic est omnis, qui natus non iudicatur: qui aubas vendebant, dixit:homine: ipse enim scie- est ex spiritu. Auferte ista hinc, et no-bat, quid esset in holite facere domum Pa- mine. tris mei, domum negotiationis.

III, 1. Erat autem ho

tem non credit, iam iu9. Respondit Nicode- dicatus est: quia non mus, et dixit ei: Quo-credit in nomine unimodo possunt haec fieri? geniti Filii Dei. 10. Respondit Iesus,| 19. Hoc est autem iu17. Recordati sunt ve-mo ex Pharisaeis, Nico-let dixit ei: Tu es ma-dicium: quia lux venit ro discipuli eius, quia demus nomine, princeps gister in Israel, et haec in mundum, et dilexescriptum est: Zelus do- Iudaeorum. ignoras? runt homines magis temus tuae comedit me. 2. Hic venit ad Iesum 11. Amen, amen dico nebras, quam lucem : 18. Responderunt er-nocte, et dixit ei: Rab- tibi, quia quod scimus, erant enim eorum mala go Iudaei, et dixerunt ei: bi, scimus quia a Deo loquimur, et quod vi-opera. Quod signum ostendis venisti magister; nemo dimus, testamur, et te- 20. Omnis enim, qui nobis, quia haec facis ? enim potest haec signa stimonium nostrum non male agit, odit lucem, 19. Respondit Iesus, facere, quae tu facis, ni- accipitis. et non venit ad lucem,

diebus excitabo illud.

et dixit eis: Solvite tem-si fuerit Deus cum eo. 12. Si terrena dixi vo- ut non arguantur opera plum hoc, et in tribus 3. Respondit Iesus, et bis, et non creditis: quo- eius. dixit ei: Amen, amen modo, si dixero vobis 21. Qui autem facit 20. Dixerunt ergo Iu- dico tibi, nisi quis rena- coelestia, credetis? veritatem, venit ad ludaei: Quadraginta et sex tus fuerit denuo, non po- 13. Et nemo ascendit cem, ut manifestentur annis aedificatum est test videre regnum Dei. in coelum, nisi qui de-opera eius, quia in Deo templum hoc, et tu in 4. Dicit ad eum Nico-scendit de coelo, Fi-sunt facta.

I.

Tra i molti capi, pei quali chi nacque in alto stato, o dal

basso vi salì, si trova in condizione peggiore dei piccoli, questo mi parve sempre notevolissimo, che i primi, cioè i grandi, nel

fare il bene, scontrano una specie di difficoltà quasi affatto ignota ai secondi. Vero è, che un largo censo, un casato illustre, un grado eminente potrebbero schiudere la via a molte opere utili agli altri, e di merito grande e di lode uguale per chi n'è dotato; e nei fasti della Chiesa sono frequentissime le memorie di coloro, che così fecero. Ma se si guarda, non a ciò, che potrebb'essere, nè a quello che si legge nelle storie, sì piuttosto a ciò, che quasi sempre effettualmente avviene al presente, ed abbiamo innanzi agli occhi, si vedrà, che quelle qualità, dal volgo ammirate ed invidiate, appena servono per altro a coloro che le posseggono, che per fare più scioltamente il male; laddove se ne trovano terribilmente impacciati a fare il bene. I cosiffatti, osservati da mille occhi, censurati da mille lingue, in una società nemica di Cristo, sono comunemente trascinati, per pochezza di cuore, a mostrarsene anch'essi stranieri o nemici, quando forse nell' animo nutrono tutt' altri pensieri; e, dominati codardamente dagli umani rispetti, fanno schiava la propria coscienza al capriccio di coloro, cui si credono di comandare. Per contrario, la persona di piccolo stato od anche di mezzano, ignorata dal gran mondo, ed ignara di esso, fa il bene che vuole, senza troppe preoccupazioni del che si dirà o penserà di lei, godendosi pienissima la libertà delle sue azioni, in perfetto accordo colla sua coscienza; e ciò non tanto perchè gli altri non si curano di lei, quanto perchè essa non si cura di loro. Sotto tale riguardo la povera servetta sta molto meglio della sua padrona, e l'umile portiere e l'ultimo impiegatuccio stanno assai al di sopra del suo pettoruto padrone di casa e del capo altezzoso del suo uffizio.

Di questa verità abbiamo un cospicuo documento nel tratto di storia evangelica, che stiamo studiando. Voi vedeste poveri pescatori galilei, avuta la prima contezza del Messia, seguitarlo a viso aperto, entrargli in casa coram populo in pieno giorno, e intrattenersi con lui lungamente, ed a suo tempo li vedrete ancora diventare suoi intimi e favoriti. Ed intanto un magnate della nazione, un Princeps Iudaeorum, che avea avuto gli stessi pensieri di quei pescatori, non ebbe per nulla la stessa libertà: appena fu, che si attentasse ad andarvi di notte, e chi sa con quante trepidazioni, e con quante paure; nè lo vedremo più comparire in iscena, se non per dire nel Sinedrio una timida

parola in difesa del suo Maestro, e quando, con più coraggio, gli rese i supremi uffizii nel seppellirlo. Buon per lui, che Gesù, compatendo a quella sua circospezione riguardosa, lo accolse anche così, e lo favorì tanto delle sue grazie, da farne un santo1. Imitabile esempio di discreta e pietosa condiscendenza lasciato agli uomini apostolici, per accogliere anche così, almeno sui principii, i timidi Cristiani trattenuti per somiglianti riguardi di andare spiegatamente a Cristo. Ma prima di venire a Nicodemo, ci è uopo narrare qualche altra cosa, ripigliando la storia dove nell' ultima Lezione la lasciammo.

II. Dopo l'accaduto in Cana della Galilea, il Signore, fatta forse una breve sosta in Nazaret, venne in Cafarnao; nè vi andò solo, ma con lui vi andarono la madre, i fratelli (s' intende cugini) ed i discepoli; cioè i cinque già nominati, ed è probabile, che ancora degli altri: Post hoc (vuol dire dopo il miracolo di Cana) descendit Capharnaum ipse et mater eius, et fratres eius et discipuli eius. Questo esservi venuto coi suoi m'induce a pensare, ch' ei ciò non facesse per prossimo e manifesto intento di agevolarne la sua predicazione, alla quale i suoi certamente, in quanto tali, non potevano, e non dovevano pigliare alcuna parte ciò dovett' essere per qualche ragione privata o domestica, da noi ignorata, la quale persuadesse quella famigliuola a tramutarsi da Nazaret a Cafarnao. Intanto quel mutamento, voluto ed eseguito per chi sa quali prossime cagioni, servì, come tante altre circostanze naturali, alla predicazione del Regno di Dio. Qui nondimeno ci è mestieri soffermarci alquanto per conoscere bene questa nuova città, che ora ci viene la prima volta innanzi, ma che dovrà essere assai spesso menzionata nel séguito della storia evangelica.

Benchè Gesù fosse nato in Bettlemme, fu nondimeno tenuto e detto da Nazaret; perchè ivi dimoravano i suoi parenti, ivi fu concepito ed ivi passò la fanciullezza, la gioventù e parte non breve della età adulta. Ma nei tre anni della sua predicazione vi stette così di passata alcune volte, ma ferma stanza non vi ebbe giammai, e preferì di dimorare stabilmente in Cafarnao, che fu come una seconda sua patria, detta però nell'Evangelo città sua 2. La ragione poi della preferenza si ha molto

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