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chiara dalla troppo misera borgata, che era Nazaret; laddove Cafarnao offeriva un teatro, non dirò proporzionato, ma certo meno angusto alla predicazione dell' Evangelo; e però Cristo la fece suo centro alle varie escursioni che imprese, e se mi fosse lecito questo, vocabolo, tolto in prestanza dalla moderna strategia, direi, che quella fu la base delle sue operazioni. Era poi Cafarnao posta a circa 18 chilometri verso settentrione e levante da Nazaret, sulla sponda del lago di Tiberiade, e però, essendo più bassa della stessa Nazaret e di Cana, il venirvi di colà è qui detto descendere: l'essere poi sul lago e sulla grande via, che dalla Siria menava nella Fenicia, ne avea fatto quasi l'emporio di tutta quella vasta regione; ed abbastanza popolosa, fiorente di traffichi e non isfornita di ricchezze, era considerata, come la Capitale della Galilea. A tutto ciò si aggiungeva, che il paese circostante era, per fertilità e coltivazione, molto lieto, come suona in ebreo il suo nome composto da (chaphar) villaggio, villa, e Dry (nahhum) piacevole, ameno; tanto che Cafarnao vale altrettanto, che villaggio ameno.

Dal vedere, che il Signore vi discese con tutti i suoi, ci si rende chiaro, che egli fin d'allora avea in animo di stabilirvisi; ma accostandosi la Pasqua, e volendo per celebrarla recarsi in Gerusalemme, per quella prima volta non rimase colà, che alquanti giorni: Ibi manserunt non multis diebus; e si partì per la santa città: Et prope erat Pascha Iudaeorum, et ascendit Iesus Hierosolymam. Dopo i fatti, che ivi avvennero, e che noi narreremo, tornando nella Galilea, venne a riprendere ferma stanza in Cafarnao; ma gli altri Evangelisti, che di quei fatti stessi non toccano nulla, parlano di questo secondo ritorno dalla Giudea nella Galilea, dopo celebrata la prima Pasqua, come se fosse il primo 3. Essi, come vedremo nella ventura Lezione, danno per prossimo motivo di questo ritorno dalla Giudea nella Galilea l' incarceramento seguito del Battista; laddove da S. Giovanni Evangelista si raccoglie, che le cose da lui narrate di Gesù nella Giudea avvenivano, quando il Precursore nondum missus fuerat in carcerem. Noi, supplendo a siffatta omissione da quello, che quì ce ne fornisce S. Giovanni, veniamo ad integrare abbastanza compiutamente la narrazione. Ed a farvene un giusto concetto dovete recare molta attenzione a questa circostanza della prima Pasqua celebrata dal Salvatore;

mercecchè, avendone egli, nella sua vita pubblica, celebrate quattro, ricordate od accennate per singolo con sufficiente precisione dall' Evangelista Giovanni', esse ci possono valere, diciamo così, come altrettanti punti culminanti, tra i quali si possono collocare, o per indizii, che se ne hanno dal testo, o per ragionevoli congetture, tutti i fatti del Redentore, con grande aiuto della memoria, per ritenerne non solo la contenenza, ma eziandio l'ordine, in che avvennero. Così delle quattro Pasque la prima fu questa dopo il battesimo, il digiuno, la tentazione, la chiamata dei cinque Apostoli ed il miracolo di Cana; la quarta, cioè l'ultima, la vedrete coincidere colla sua Passione e morte; gl'intervalli tra la prima e la seconda, tra questa e la terza, e tra la terza e l'ultima, sono i tre anni della sua predicazione, lungo i quali dovremo venire a mano a mano allogando tutto ciò, che se ne racconta negli Evangeli.

Avendo stabilito, che Cristo venne al battesimo di Giovanni nella prima metà di Dicembre dell' anno di Roma 778 e 25 dell'Èra cristiana, vi restano fino a questo viaggio, circa due mesi e mezzo: la seconda metà del Decembre stesso, ed il Gennaro ed il Febbraro del seguente anno 779; tempo sufficiente a tutte le cose riferite, e siamo condotti ai primi di Marzo, quando dovette imprendere il cammino da Cafarnao a Gerusalemme. Quell'anno il plenilunio di Nisan, e vuol dire la Pasqua giudaica cadde il 21 del nostro Marzo; e però, dicendosi dal testo, che quand' ei si partì da Cafarnao, era vicina la Pasqua: Prope erat Pascha Iudaeorum, possiamo supporre, che Cristo movesse da Cafarnao verso il 10 od il 12 di quel Marzo, e fosse a Gerusalemme circa il 15 od il 17 del mese stesso, potendosi senza sforzo in un cinque giorni fornire il cammino dei presso a novanta chilometri che separavano Cafarnao da Gerusalemme.

III. Giunto nella santa città il Signor N. andò difilato al Tempio; ed ivi una profanazione scandalosa della Casa di Dio gli offerse occasione di dare una pruova del suo zelo per l'onore del celeste suo Padre, e della più che umana potestà, ond' era investito. Nell'esercizio del culto giudaico, per l' indole propria di quella imperfetta religione, e per altre ragioni toccate da S. Agostino, vi avea grande bisogno di animali mondi, e notantemente di buoi, di pecore, di agnelli e di colombe, pei sa

crifizii e per le offerte, che vi si facevano dal pubblico non meno, che dai privati. E poichè agli offerenti tornava comodo, più che portare di lontano al tempio quegli animali, il trovarli a comperare ivi medesimo, avvenne allora quello che avviene sempre; che cioè alla richiesta seguitasse l'offerta, e più che non si sarebbe dovuto. Di quegli animali, negli atrii e nei portici circostanti al tempio stesso, si era costituito un vero e grande mercato; massime da che quella usanza, tollerata appena nei tempi anteriori, era stata dal re Erode legittimata con tasse imposte ai venditori, i quali naturalmente se ne doveano rifare a carico dei compratori sulla merce, per non dire delle esorbitanti usure, onde ai poveri si facea scontare l'indugio di pagarne il prezzo. A questi trafficanti si era aggiunta un' altra generazione di arpie non meno ladra della prima. Ogni Ebreo dovendo per legge pagare al tempio mezzo siclo di argento all' anno (era lo stesso che il didracma, e valeva tra gli 80 ed i 90 dei nostri centesimi), e pagarla in moneta del Santuario, ne seguiva non piccolo imbarazzo per coloro, che o non aveano in pronto quella precisa moneta, od aveano monete greche o romane, delle quali era gran corso in quel tempo nella Palestina, pel rimescolamento di quei popoli cagionato da passate conquiste e da annessioni romane. Di qui si addensò colà uno sciame di quei, che nel testo sono detti nummularii, nel greco κολλύβισται da κολλυβός moneta spicciola, e κερμάτισται da κέρμα, che anche significa moneta spicciola, ma presa come in massa od in globo"; ed i quali nummularii noi abbiamo cominciato a chiamare con voce mezzo barbara cambiavalute, quando pure abbiamo la voce cambiatore di ottima lega, ed usata dal prosatore certaldese. Quei del tempio (dei moderni non so, nè cerco sapere) faceano pagare il piccolo servigio del cambio con un aggio così spropositato, da meritarne il titolo di ladri.

Da questo fatto evangelico sogliono i sacri oratori pigliare occasione molto acconcia di riprendere, secondo il merito, le profanazioni del tempio cristiano, tanto più augusto del giudaico, e di esortare i Fedeli a contenersi in quello con una esteriore riverenza, che, procedendo dall' interna, ne sia in un medesimo indizio ed effetto; ed io intendo farlo molto gravemente con voi, miei dilettissimi. Non penso tuttavia, che al presente vi sia nulla a peculiarmente riprendere per questo capo; se

SOPRA I QUATTRO EVANGELI. Vol. II.

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non anzi vi è qualche cosa a rallegrarsi : quantunque la prossima cagione non ne sia gran fatto allegra. Allorchè l' andare in chiesa era parte della vita civile; sicchè il tenersene abitualmente lungi non passava senza nota universale di biasimo, era naturale, che vi andassero anche quelli, i quali non vi credendo, non vi poteano mantenere, che una riverenza posticcia, facilissima a degenerare in realissime profanazioni. Ma ora, che la incredulità dominante e trionfante ha invaso ogni cosa, vi è più rischio, che dalle nostre chiese siano, per umani rispetti, ritratti i troppo riguardosi credenti di quello, che vi siano per essere sospinti gli scredenti. Così abbiamo guadagnato, che nella Casa di Dio si stia in generale con sufficiente decoro; salvo i rari casi, in cui il flagello, impugnato da Cristo, sarebbe ben adoperato a scacciare dal tempio i teatrali cantori, i declamatori politici e gl'istrioni.

Entrato pertanto il Signore nel tempio, e vuol dire nell'atrio dei Gentili e forse nel portico anteriore a quello, vi trovò venditori di buoi, di pecore e di colombe, e con essi quei cambiatori, che dissi, assisi alle loro tavole: Invenit vendentes boves et oves et columbas, et nummularios sedentes. Alla vista di quella indegna profanazione, infiammato Cristo di santo zelo, fatta come una sferza di cordicelle, tutti scacciò via di colà, ed i buoi e le pecore con essi, rovesciando le tavole dei cambiatori, sicchè il danaro, che vi era sopra, ne andò tutto per terra; ed ai venditori delle colombe, i quali forse in quello scompiglio furono più lenti a raccogliere la loro mercanzia, disse: « Via di « quà queste cose; e non vogliate fare della casa del Padre mio « un fondaco da traffico: Auferte ista hinc ; et nolite facere do« mum Patris mei domum negotiationis ». Allora i suoi discepoli, che quantunque non dotti, doveano avere, come tutto il popolo, grande uso dei Salmi, che nei sabbati e nelle altre feste si recitavano in comune, ne ricordarono quel verso 10 del LXVIII, dove, in persona del Messia, dice il Salmista: « Lo zelo della tua casa mi ha divorato: Zelus domus tuae comedit me ». Coloro, che leggono l'Evangelo con occhio tutto umano, e con cuore superbo, chieggono quì come mai un uomo privato, e per allora non molto famoso, potesse incutere tanta riverenza di sè in quella turba di usurai e barattieri, da farli fuggire come un branco di quelle pecore, che vendevano; chieggono come

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mai i preposti al tempio ed i sacerdoti, i quali dicono fossero a parte di quel traffico, tollerassero, che un uomo vulgare si usurpasse tanta autorità in cosa, che era tutta e solo di loro pertinenza. E finchè essi di codesti dubbii cercano la soluzione in motivi solamente umani, per fermo non la troveranno, o diranno puerilità e sciocchezze, per dare almeno vista di dire qualche cosa. Per contrario supponete che Gesù era Dio, e vi parrà naturalissimo ciò, che insegnò S. Girolamo'; che cioè in quel caso Gesù fe' rifulgere dal suo volto un raggio della maestà divina inabitante in lui: Divinitatis maiestas in eius facie lucebat; supponete, dico, questo, e tutto sarà spiegato. Ed è ciò sì vero, che i medesimi Giudei non dubitarono punto, che egli avesse potenza di farlo; e come avrebbero potuto dubitarne innanzi alla evidenza, che lo avea fatto? Ma audacemente stolti gli chiesero un segno, che loro mostrasse per cui mandato ed autorità egli lo avesse fatto; chè questo vollero significare con quella domanda: Quod signum ostendis nobis quia haec facis? Quasi non fosse stato segno sufficientissimo il medesimo averlo fatto! Il perchè alla impertinente proposta il Signore diede misteriosa risposta; la quale quelli non vollero intendere, o piuttosto per loro gastigo non poterono intendere, e colpevolmente intesero a rovescio.

Si trattava allora dell' onore, in che dovea essere tenuto il tempio di Dio; ora tempio vivo e vero di Dio era il corpo santissimo del Redentore, in cui inabitava sustanzialmente la Divinità; e però egli, in sentenza, rispose loro: Ecco il segno che io vi darò dell' essere mio; e, recandosi forse la mano al petto per indicare la sua persona, soggiunse; « Voi risolverete, cioè distruggerete, questo tempio (per più chiarezza resi l'imperativo solvite per futuro), ed io in tre giorni lo riporrò in piedi: Solvite templum hoc, et in tribus diebus excitabo illud ». Nessuno dei presenti intese il mistero di quella risposta ; ma i discepoli, che aveano la Fede, credettero umilmente senza cercare più oltre, e furono premiati della loro Fede quando, a suo tempo, intesero, che Gesù avea parlato del tempio del suo corpo; il quale, risoluto per la morte, fu in tre giorni riposto in piedi per la risurrezione; e ricordando allora questa parola, si raffermarono nella Fede in lui. Il Vangelo stesso ce ne assicura: Cum ergo resurrexisset a mortuis recordati sunt discipuli eius, quia hoc

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