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la preferenza alle tenebre, le quali non sono finalmente altro, che la privazione della luce, e ci rappresentano l'ignoranza, la mestizia e la morte? E pure Signori no! non è incredibile, che la persona ami le tenebre più della luce. Si suole a questo proposito recare comunemente per esempio la persona, la quale inferma degli occhi non può sostenere la luce, massime del sole, senza aggravare il suo male; e però è obbligata a privarsene, rimanendo talora anche per settimane e per mesi nelle tenebre. Ma veramente in questo caso non si odierebbe la luce per se medesima, in quanto è illuminativa e scopritrice benigna degli oggetti visibili, non esclusa la persona stessa, che vede ed è veduta; ed è ciò sì vero, che la persona così inferma ama anzi, desidera la luce, e forse non l'amò nè la desiderò mai così accesamente, come allora, che si vede condannata a rimanersi nel buio. In quel caso pertanto mal si direbbe che essa odia la luce, quando piuttosto amandola pure, si schermisce da un effetto doloroso, che da quella solo indirettamente si deriva; e potrebbe rappresentarci quella interna pena, che dalla coscienza dei nostri peccati s' ingenera in noi dalla luce della verità divina, la quale si compone molto bene coll'amore sincero verso la luce stessa. Qui nondimeno il Redentore parla di avversione e di odio, che si nudre verso la luce per sè medesima, e per la sola e precisa ragione dell' illuminare che essa fa ciò, che senza di essa non si vedrebbe : odit lucem. Ristretta tra siffatti termini quell'affermazione, sembrerebbe assai meno credibile; e nondimeno è indubitato, che si dà ancora questo caso; e giudicate voi se a chiarirlo non sia meglio appropriata quest' altra similitudine.

Supponete (è una semplice ipotesi e niente più) supponete, dico, una dama infatuata del bello apparire, la quale in una sala da ballo, tutta sfolgorante di luce e gremita di sue pari, si accorgesse d'un tratto di avere una mostruosità orribile sul volto, od una ridicola sconcezza nell' abbigliamento. Dite, quale sarebbe il primo pensiero, il primo voto di una siffatta dama al subito accorgersi di quella sua sventura? Il primo pensiero di costei sarebbe maledire quella luce, che la rende cospicua a tanti sguardi; il primo voto sarebbe invocare le tenebre, sotto la cui protezione essa non sarebbe da meno di qual'è più ammirata sua emula in quella sala. Fate conto, che questo sia precisa

mente il caso degli scredenti, massime nel principio: essi amarono le tenebre più della luce, perchè le loro opere erano malvage: è precisamente la ragione recatane da Cristo: erant enim eorum mala opera. E pertanto chiunque fa il male, non per debolezza passaggiera, ma per fermo proposito deliberato, e non vuole sentirne rimprovero o vergogna, e non vuole portarne infamia, costui deve odiare la luce, deve fuggire la luce, come quella, che sola può mettere a nudo la turpitudine delle sue opere e sua: Omnis qui male agit odit lucem, et non venit ad lucem, ut non arguantur opera eius. Oh! che duro boccone per l'umano orgoglio dev'essere quel sapersi spregiato, condannato, alla luce dell' Evangelo, da tutto un popolo di Cristiani! E ciò per uomini che si credono, ed in qualche modo sono padroni del mondo! Non ci è altra via da sottrarsi ad un tanto cruccio, che spegnere quella luce.

Signori miei! voi avete in mano la chiave a disserrare questo altrimenti inesplicabile mistero di umana nequizia, che si nasconde nell'odio, che il mondo porta a Cristo, il quale è pure il vero, il grande, il solo amico dell' uomo. Il mondo l' odia, perchè le sue opere sono malvage, ed intanto non che ritrarsene, non ne vuol' essere nè tampoco ripreso, nè tampoco conosciuto. Per contrario chi fa il vero bene, qui facit veritatem, com'è nel testo, cioè il bene, il vero bene 29, questi ama, cerca ansiosamente la luce, viene alla luce, appunto perchè le sue opere fatte in Dio, cioè secondo la santa sua legge, vengano da essa luce manifestate per quello che sono: Qui.... facit veritatem venit ad lucem, ut manifestentur opera eius, quia in Deo sunt facta. Beato l'uomo, che può alle sue opere non temere, ma desiderare la luce!

NOTE

alla Lezione ventesimaquinta

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Martyrol. Roman. ad diem 3 Augu-Da ultimo la terza è manifestamente acsti, nel quale giorno si rammemora la In- cennata dallo stesso Giovanni (VI, 1-4), venzione di lui, di S. Stefano, di Gama-quando trovandosi Gesù al di là del mare liele e di Abibone, secondo era stato rive- della Galilea, presso a fare il miracolo della lato a Luciano, prete. Noto pure, che il multiplicazione dei pani, si dice, che, erat nome Nicodemo è non ebraico, ma gre- proximum Pascha, dies festus Iudaeorum. co, essendo composto da víên vittoria e dăpos In Ioan. Tract. X. Sacrificia illi popopolo. L'usanza poi d'imporre ad Ebrei pulo pro ejus carnalitate et corde adhuc nomi greci, s'introdusse, o certo si dilatò lapideo, talia data sunt, quibus teneretur, assai quando i Seleucidi e più gli Antiochi, ne in idola defluerent, et immolabant ibi (in al tempo dei Macabei, vollero in quel po- templo) sacrificia boves, oves et columbas. polo far prevalere le costumanze greche. 7 Nei versi 14 e 15 del latino è la meVecchio stile dei nuovi padroni. desima voce nummulari; ma nel greco in

2 Matth. IX, 1. Benchè ivi non si dica luogo della prima è xequatiotai, e della seconespressamente che quella civitas sua fosse da è x02λußiotai, e giusta le radici indicatene Cafarnao; il Maldonato nondimeno (in h. 1.) nella Lesione, pare che i primi trafficassero dal Crisostomo, da S. Agostino, da Ugone, nel semplice mutare le monete e. g. di dal Lirano, e da altri mostra, che il con- greche o romane in giudaiche; i secondi testo richiede sia inteso così. nel renderle spicciole nella specie stessa.

3 Matth. IV, 12; Marc. I, 14; Luc. IV, 14.

Ioan. III, 24.

8 Quel comedit me del latino, che è il medesimo del greco xaτépayɛ μɛ e dell'ebreon suona forse un po' duro

In Matth. h. 1.
10 Matth. XXVI, 61.

5 Avendo nella Lezione fermata la pri- ad orecchi adusati ai linguaggi grecolatini; ma e l'ultima delle quattro Pasque: quella ma nei traslati tutto dipende dall' uso. dopo il battesimo ed il miracolo di Cana, Noi, che quasi ci offendiamo all'udire esser questa nei giorni della Passione, non vi mangiato dal zelo, non vediamo nulla di restano a determinare, che le due me-strano nel dirsi esserne divorato. E pure il diane. Ora essendo certo da S. Giovanni divorare è tanto più del mangiare. (IV, 35) che Gesù nell'autunno, dopo la prima delle quattro Pasque, tornò nella! Galilea, s' inferisce, che quando lo stesso Evangelista (V, I) afferma, che egli ascese I, Esdr. III, 8-13, coll. VI, 15, 18. a Gerusalemme, perchè erat festus dies Iu-| 13 Ecco le parole del profeta Aggeo daeorum, quello dovett'essere o la secon-(II, 8): Et movebo omnes gentes: Et VEda Pasqua od una solennità dopo di que-NIET DESIDERATUS cunctis gentibus, et imsta, veduto che tra l'autunno e la Pasqua plebo domum istam (parlava a Zorobabele non ve ne era alcuna, per la quale gli del secondo tempio per lui edificato. Ibid Ebrei dovessero recarsi in Gerusalemme. v. 3.) gloria, dicit Dominus exercituum.

11 III, Reg. VI, 37, 38.

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1 Ios. FLAV. Antiq. Lib. XV, cap. 5 [nalem generationem intelligis cum dicis: Interea decimo octavo anno regni Herodes, Numquid potest homo redire in viscera post praedicta aedificia, opus non mini-matris suae? Ex aqua et spiritu S. opormum inchoavit. Siquidem Dei templum tet ut nascatur propter regnum Dei. Si maximum construere, et murum altum et propter haereditatem patris hominis temdecorum erigere iudicavit, dum putaret id poralem, nascitur ex visceribus matris nobilius omnibus suis factis perficere, et carnalis; propter haereditatem patris Dei ad aeternam memoriam pervenire. Ben- sempiternam, nascitur ex visceribus machè poi dica, che volle construere templum, tris Ecclesiae. Generat per uxorem filium ciò non potè dirlo, che per quell' assen-pater moriturus successurum; generat tazione, di cui il Flavio non fu netto; ma Deus de Ecclesia filios non successuros, la descrizione, che egli fa nel capo stesso sed secum mansuros.

dei lavori divisati ed intrapresi, mostra, 22 In quel verso 6 il caro equivale ad che questi furono giunte, ampliamenti ed uomo carnale, e lo Spiritus ad uomo spiornati; tuttavia la mole del tempio, la do-rituale; e l'illazione è chiarissima; ma mus secunda, eretta da Zorobabele, restò deve aggiungersi, che il nasci ex carne la stessa. vale in questo luogo nascere ancora carnali modo, cioè ex carne peccati. E per

15 DIO. CASS. Histor. Lib. LIV.

16 Matth. XXI, 12; Marc. XI, 15; Luc. ciocchè Cristo non nacque così, non si XIX, 45. dovrebbe avere difficoltà di affermare, che il Signor N., benchè avesse vera umana

17 Marc. XI, 18.

18 Luc. XIX, 47, 48. Dove la prima carne, non era tuttavia, per questo rivolta, com'è narrato da S. Giovanni, Gesù spetto, carnale; ma era anzi ex spiritu avea rimproverato che la Casa di Dio fosse e spirituale. Questa sarebbe sufficiente ridivenuta domus negotiationis, in questa sposta alla difficoltà che il Crisostomo e seconda afferma, che aveanla fatta spelun-Teofilatto muovono sopra questo versetto. cam latronum. Ma ciò che meglio mostra, questo fatto essere diverso dal riferito da Giovanni, è, che per questo Principes Sacerdotum et Scribae, udite quelle cose (quo audito) quaerebant eum perdere.

19 Ioan. XX. 30.

23 P. 1, q. 3. a. 1. et 2. c.

24 P. I. q. 36. a. 1. p. t.

25 Non dissimulo, che alla opinione, espressa nella Lezione, sembra fare ostacolo quel dico tibi, onde comincia il verso 11. Nondimeno essendo tutto il discorso

20 Notarono alcuni, come, l'avɛv che manifestamente indirizzato a più, ha podal Vulgato fu resa per denuo, per sua tuto benissimo il numero di quel pronoprimaria significazione vale desuper, dal me essere stato alterato o a disegno o di sopra, e così è usato Matth. XXVII, per errore, secondo che lo spostamento 51; Marc. XV, 38; ed altri esempii ne reca (se vi è stato) ha avuta la prima o la il Grimm (Lexic. Gr. Lat. N. T. ad h. v.). seconda cagione. Torno a dire, questa non Intendendola a quel modo, il yɛv vv è, che una mia opinione, la quale somvarrebbe nascere dall' alto, ossia spiritual- metto ai dotti più di me versati in quemente. Ma non avvertono questi filologi, sti studii.

che se questo fosse stato il valore di quella 26 V. PATRIZI. In Ioannem Commenfrase, la maraviglia di Nicodemo non avreb-tarium ad h. 1.

be avuto più luogo. Questo è uno dei casi, 27 Non mi è paruto, in tanta copia e in cui il senso, chiaro altronde, ci forni- gravità di materie, fermarmi sopra la nesce il valore della parola. cessità delle buone opere alla salute. Non

21 Così a maniera di parafrasi S. Ago- dimeno se alcuno dall'avere quì detto il stino (In Ioan. Tract. XII) parlando a Signor N. che chi crede non sarà condanNicodemo, dichiara quel luogo: Tu car-nato, inferisse, che dunque la sola Fede ba

SOPRA I QUATTRO LVANGELI. Vol. II.

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sta alla salute, non sarebbe più savio di non indica il fine a cui si tende, ma l'efchi dal richiedersi l'aria alla vita fisica fetto che si ottiene; e però il Vulgato dell' uomo, inferisse che l'uomo a vivere molto bene voltò quelle parole: Corde non ha bisogno di altro, che di aria. enim creditur non in iustitiam, ma AD

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28 Si noti bene che credere in ipsum iustitiam. non è lo stesso che credere ipsi. Questo L'antitesi del male agit col facere secondo vale aver fede all' altrui parole; veritatem indica abbastanza, che qui il vee noi anche così crediamo a Dio ed a ritas importa il bene morale; il che è Cristo; ma il credere in ipsum significa conforme all'uso, che presso gli Ebrei credere in lui, come in termine ultimo: ebbe la voce ♫ (emeth) verità. Quel fail che non può farsi, che a rispetto di solo cere veritatem è interpretato da Natale Dio. Di fatti il Tú eis, credere in col- Aless. (Expos. Litt. et Mor. S. Evang. I. l'accusativo, che quattro volte al più si C. in h. 1.) pel non cercare nelle proprie adopera nella Scrittura riguardo a Dio, opere altro che Dio, il quale è la suprema e molto spesso, massime negli scritti di verità; e propriamente il non volervi i S. Giovanni, parlandosi di Cristo, non si dice giusti che la volontà divina che è la loro mai di altri. Nè osta il luogo di S. Paolo regola, la grazia divina che è il loro prin(Rom. X, 10): xapdía ràp πIOSEústa sis cipio, e la gloria divina, che è il loro fine. δικαιοσύνην ; poichè qui l'accusativo coll' εἰς

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