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Risponde il fonte del gentil parlare :
Che amar si può bellezza per diletto,

E amar puossi virtù per alto oprare.

7

6

Questo Sonetto fu dal cavalier Lamberti pubblicato nel Giornale letterario di Verona intitolato Il Poligrafo, num. XX, 16 maggio 1813, dando la notizia, che fu tratto da un Codice nel quale stanno più rime inedite di Fazio, del Soldanieri, del Sacchetti e di altri antichi, e che gli fu inviato dal conte Giulio Perticari. In questo bel Sonetto, ch' io reputo infallibilmente di Dante, e che come tale fu pur ristampato nelle collezioni del Bettoni e del Caranenti, parla il Poeta delle due femmine, l' una cioè, Beatrice, l'altra la Filosofia, delle quali fu tanto acceso. È questo una gran chiave per l'intelligenza delle Rime liriche del nostro Poeta, e per comprovar sempre più, che due furono gli amori di Dante, il primo il sensuale, il secondo l'intellettuale.

Mente per intelletto intende il Poeta. Vedi il Convito, tr. IV, cap. 15. E questa è la donna celestiale, la Virtù.

3 E questa è la donna terrena. La Bellezza e la Virtù, cioè, le dette due donne.

5

Il fonte del gentil parlare, vale a dire Amore, il quale nel v. 7 è da

lui chiamato il dolce suo signore, siccome nella Vita Nuova ed altrove disselo il fonte del gentil operare, perchè trae lo intendimento del suo fedele da tutte le vili cose.

6 Amar si può bellezza per diletto, e quest' è l'amor sensuale.

7 E amar puossi virtù per alto oprare, e quest' è l' amore intellettuale.

SONETTO XLIII.

Togliete via le vostre porte omai,

Ed entrerà costei che l'altre onora ;
Chè questa donna in cui pregio dimora
Ed é possente e valorosa assai.

Oimė, lasso, ohimè ! 2 - Dimmi che hai ? 3

4

Io tremo si, ch'i' non potrei ancora.
Or ti conforta, 5 ch' io sarotti ognora
Soccorso e vita, come dir saprai.

6

Io mi sento legar tutte mie posse
Dall' occulta virtù che seco mena,
DANTE. 1.

15

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7

E veggio Amor, che m'impromette pena. -
Volgiti a me, ch'io son di piacer piena,
E solo addietro cogli le percosse,

Né non dubbiar, che tosto fien rimosse.

8

Questo Sonetto (dice il Witte, per cui fu messo in luce) si trova >> col nome di Dante Alighieri non solamente nel Codice Ambrosiano (che abbiamo ricordato altre volte), ma ancora in un Codice comprato ultimamente dal chiarissimo abate Bettio per la Marciana. Quest'ultimo Codice attribuisce a Dante 13 Sonetti, 11 de'quali si tro>> vano nel Codice Laurenziano 118 (Catal. Bandini vol. V, pag. 228-30) >> col nome del sanese Ser Dino Forestani detto il Saviozzo, di cui » vedi il Crescimbeni, vol. II, parte II, lib. II. Degli altri due, il pri>> mo si trova senza nome d'autore in un altro Codice della Biblio>> teca suddetta; il secondo è il Sonetto presente. >>

Sono stato alquanto in forse, se a questo Sonetto doveva far luogo nel Canzoniere di Dante, ma poichè varie delle sue frasi, come costei che l'altre onora, - volgiti a me ch'io son di piacer piena, me ne ricordavano altre consimili del Cantor di Beatrice; e poichè l'allegoria, quantunque un po' oscura, mi disvelava trattarsi qui delle difficoltà che presenta lo studio della Filosofia, e del piacere che ad un tempo se ne trae, subietto a Dante familiare, ho creduto non dovernelo eliminare. Il Sonetto è scritto a modo di dialogo, e gl' interlocutori sono Amore, il Poeta e la Donna sua.

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Nulla mi parrà mai più crudel cosa,
Che lei, per cui servir la vita smago; 1
Chè 'l suo desire in congelato lago,

+

Ed in fuoco d'amore il mio si posa.
Di cosi dispietata e disdegnosa

La gran bellezza di veder m'appago ;
E tanto son del mio tormento vago,
Ch'altro piacere agli occhi miei non osa.
Nè quella, ch' a veder lo Sol si gira,

E'l non mutato amor mutata serba, 3
Ebbe quant' io giammai fortuna acerba :
Onde, quando giammai questa superba
Non vinca, Amor, fin che la vita spira,
Alquanto per pietà con me sospira.

2

Sonetto bellissimo, e infallibilmente Dantesco, che il Witte trasse dal più volte citato Codice Ambrosiano, e che pubblicò nel suo opuscoletto intorno le liriche di Dante Alighieri. La donna, di cui qui parla il Poeta, io ritengo esser la Filosofia; ed ei talvolta chiamolla disdegnosa, fiera e crudele, perchè, com' egli stesso dice nel Convito, tratt. III, cap. 10 ed altrove, eragli duro e malagevole l'entrare addentro nelle sentenze di lei, nonostante ch'ei fosse assiduo suo settatore ed amante.

1

Smago, qui figurat. consumo. Smagare, venir meno, infievolire l'ho notato più volte.

Non osa, non si addice, non si affà. Osare lo stesso che ausare, nella pronunzia cambiato l'au in o, come in auro, oro; laudare, lodare ec., significa propriamente assuefarsi, esser assuefatto, esser solito. Così nel

la Canz. I, st. 4. Dar mi potete ciò ch' altri non osa.

3 Nè quella ch' a veder lo Sol si gira, E'l non mutato amor mutata serba, bellissima similitudine. Il Poeta accenna qui Clizia, di cui Ovidio, Metam., IV, 270: Vertitur ad Solem, mutataque servat amorem.

SONETTO XLV.

Lo re, che merta i suoi servi a ristoro
Con abbondanza, e vince ogni misura,
Mi fa lasciare la fiera rancura, 2
E drizzar gli occhi al sommo concistoro.
E qui pensando al glorïoso coro

De' cittadin della cittade pura,

Laudando il Creatore, io creatura

Di più laudarlo sempre m'innamoro.
Ché s'io contemplo il gran premio venturo,
A che Dio chiama la cristiana prole,
Per me niente altro che quello si vuole :
Ma di te, caro amico, si mi duole,

Che non rispetti3 al secolo futuro,

E perdi per lo vano il ben sicuro.

Questo Sonetto, che vedesi nel più volte citato Codice Ambro-' siano, è indiritto ad un tal Giovanni Quirino, del quale il Crescimbeni sull'autorità del Muratori, che di quel Codice diede una descrizione, fece parole come d'antico poeta, e del quale il Foscarini nel libro III della Letteratura veneziana disse essere stato amico il nostro Poeta. È noto che del cognome Querini esiste una veneziana famiglia, cui verso la metà del sec. XIII appartenne un Vescovo nominato Giovanni; ma non sappiamo se questo od altro Giovanni fosse il preteso amico di Dante. Comunque sia, il presente Sonetto è scritto nel Codice immediatamente dopo l' altro Lode di Dio e della Madre pura, di cui farò qualche parola in appresso. E siccome l'uno, secondo la maniera degli antichi nostri poeti, scorgesi agevolmente Sonetto missivo, e l'altro responsivo, non solo per la corrispondenza delle rime, ma per quella pure de' concetti, così opina il Witte, dal quale fu messo in luce, e col quale pienamente io consento, essere improbabile che l'uno e l'altro ad un solo poeta appartengano, e quindi rendersi credibile che il primo, ch'è Sonetto di proposta, appartener possa al suddetto Giovanni, e che l'altro, che è di risposta, possa verisimilmente appartenere all' Alighieri; a cui mi muovo ad ascriverlo, perchè sente molto dello stile e de' modi del nostro filosofo cristiano Poeta.

1 Merta, rimerita, rimunera.

Mi fa lasciare la fiera rancura; il fiero rancore, da Dante lungamente serbato per l'ingiusto esilio, e per le persecuzioni de' suoi nemici.

3 Che non rispetti, che non riguardi, che non rivolgi lo sguardo della mente. Rispettare, per riguardare, dal lat. respectare, non è registrató nel Vocabolario.

RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ.

CANZONE XXI.

3

Ai fals ris per que traitz avetz 1
Oculos meos, et quid tibi feci, 2
Che fatto m'hai cosi spietata fraude?
Jam audivissent verba mea græci :
San autras domnas, e vos us saubetz,
Che ingannator non è degno di laude.
Tu sai ben come gaude 5

4

Miserum ejus cor, qui præstolatur."
Eu vai speran, e par de mi a non cura :
Ai Dieus! quanta malura, 8

Atque fortuna ruinosa datur9

A colui, che, aspettando, il tempo perde, Né giammai tocca di fioretto 'l verde. 10 Conqueror, cor suave, de te primo,

11

7

Che per un matto guardamento d'occhi
Vos non deuriatz aver perdutz la lei. 12
Ma e' mi piace, che al dar degli stocchi 13
Semper insurgunt contra me de limo : 11
Don eu sui mortz, e per la fe qu'autrei,
Fort m desplatz, ai paubres mei ! 16
Ch'io son punito, ed aggio colpa nulla.
Nec dicit ipsa malum est de isto; 17

Unde querelam sisto. 18

15

Ella sa ben, che se il mio cuor si crulla 19 A plazer d'autra, quar d's' amor s' laisset, El fals cors greus pena n emportet. 21 Ben avria questa donna il cor di ghiaccio, Aitan col aspis, que per ma fe es sors, Nisi pietatem habuerit servo.

23

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