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Si

Ben sai l' Amor, s' eu jes non ai secors,
Che per lei dolorosa morte faccio,
Neque plus vitam sperando conservo.
Væ omni meo nervo, 26

S' ella no fai, que per son sen verai,
Io vegna a riveder sua faccia allegra,
Ahi Dio quanto è integra: 28

27

25

24

Mas ieu me 'n dopt, si gran dolor en ai :
Amorem versus me non tantum curat, 30
Quantum spes inter me de ipsa durat. 31
Chansos, vos poguetz ir per tot lo mon,
Namque locutus sum in lingua trina,
Ut gravis mea spina 33

32

29

Si saccia per lo mondo, ogni uomo il senta,
Forse pietà n' avrà chi mi tormenta.

Nel Convito e nel Volgare Eloquio condannò l' Alighieri tutte quelle poesie, che non si allontanassero dai particolari dialetti, e non procurassero l'avanzamento d' una lingua italiana comune: ed egli infatti colla maggior parte delle opere sue mirò questo scopo. La Canzone poi è da lui chiamata (Volg. El., lib. I, cap. 3 e 8) un componimento sopra tutti gli altri nobilissimo, che richiede scelta accurata non solo di vocaboli e frasi, ma pur d'argomenti. Però dimostrossi critico acerbo contro l'aretino Guittone, e contro gli altri poeti, soliti d'usare un linguaggio, plebeo ne' vocaboli e nelle costruzioni; e con tutta ragione disse per bocca di Bonagiunta, che le sue rime erano dettate in un nuovo stile, nuovo non tanto per la forza del sentimento, quanto per la purità e nobiltà del linguaggio.

Avvenutoci più volte di riscontrare nelle opere di Dante, com' egli fosse noiato delle meschine cantilene de' suoi contemporanei, e come amasse scrivere la lingua italiana a preferenza d' ogni altra, siamo stati indotti a dubitare, se a questo grande italiano scrittore appartenga la Canzone presente. In essa non si rinverranno nè quella gravità di sentenze, nè quell' armonica disposizione di versi, nè quella scelta di vocaboli, nè quell' eccellenza di costruzioni, le quali, mediante acume d' ingegno, assiduità d'arte ed abito di scienza, debbono insieme riunirsi, secondo il giudizio di Dante medesimo, in una Canzone. In essa, per essere i suoi versi alternativamente dettati in tre

lingue, non ravviserassi il fine voluto dall' Alighieri di dar lustro all'italiano idioma. Onde potremo conchiudere, che la Canzone o non sia di Dante, o che al più possa essere uno de' primi suoi giovanili, e forse rifiutati, componimenti. Infatti se alcuni Codici, e l'edizion Giuntina, c. 22 retro, l'attribuiscono a Dante, altri, come per esempio il Laurenziano 15 del Plut. XLI, l' ascrivono ad Incerto. Quindi, finchè non si abbiano maggiori dati o per l'ammissione o per l'esclusione, io reputo che debba aver luogo fra quei componimenti, che lasciano tuttora dubbio se siano o no del Cantor di Beatrice.

Comunque sia, dirò che siffatta specie di componimento venne in Italia dalla Provenza. Dai Provenzali era chiamato Descortz, Discordio o Discordo, perchè era un componimento poetico dissonante, sia che fosse scritto con irregolarità metrica, e con rime in ogni stanza dissimili, come la Frottola e il Ditirambo; sia che fosse dettato (com'è questo a Dante attribuito) in più lingue diverse. Quanto alla lezione de' versi provenzali, la volgata essendo assai erronea, ho adot-. tato quella datane dal Galvani nelle sue Osservazioni sulla Poesia de' Trovatori, Modena 1829.

Ahi, falso riso! perchè tradito

avete.

2 Gli occhi miei, e che cosa a te feci. * Già avrebbero udito le mie parole i Greci.

Sanno le altre donne, e voi vi sapete.

5 Come gaude, come gode, detto per ironia.

6 Il misero core di colui che aspetta. Io vo sperando, e par che di me non abbia cura.

Oh Dio! quanta sciagura.

9 E quanta si dà rovinosa fortuna. 10 Nè giammai locca di fiorello'l verde, vale a dire, nè mai arriva a conseguire l'intento. Un modo consimile è quello del Purg., III, 135: Mentre che la speranza ha fior del verde. 11 Di te, cor soave, primieramente

mi lamento.

12 Voi non dovreste aver perduto la legge, vale a dire, voi non dovreste aver perduto ogni freno, ogni ritegno.

18 Al dar degli stocchi, sembra voglia significare, al cominciar delle ferite. Il concetto è oscuro.

14 Contro di me insorgon sempre dal limo, se pure non è da leggere de imo, dal fondo. L'oscurità conti

nua.

15 Donde, per cui, io son morto, e per la fede che le ho.

16 Forte mi dispiace, ahi povero me! 17 Nè essa dice: il male è di questo. 18 Onde resto di lamentarmi.

19 Si crulla, si muove, si piega. Crullare sta per crollare. Alcuni Codici hanno si snulla, vocabolo inusitato, e che oscura maggiormente il concetto.

20 A piacer d'altra, perchè di suo amore si lasciò, cioè, cessò d'amarla. 21 Il falso core grave pena ne importò. per mia

22 Tanto come l'aspide, che fè è sordo. Così credevano gli antichi dell' aspide.

23 Se non avrà pietà verso il servo. 24 Ben sallo Amore, s'io già non ho

soccorso.

25 Nè collo sperare conservo più la

vita.

26 Guai ad ogni mio nervo, cioè, ad ogni mio senso.

27 S'ella non fa, che per suo senno

verace.

28 Sua faccia allegra, Ahi Dio! quanto è integra, la sua faccia tanto allegra, quanto oh Dio! è integra, cioè, incorrotta, incontaminata. 29 Ma io me ne dubito, sì gran dolore ne ho.

30 Tanto non cura rivolgere amore verso di me.

31 Quanto dura in me la speranza di essa.

32 Canzone, voi potete ire per tutto il mondo.

33 Affinchè la gravosa mia spina, cioè, il grave mio tormento.

BALLATA X.

Poiché saziar non posso gli occhi miei
Di guardare a Madonna il suo bel viso,
Mirerol tanto fiso,

Ch'io diverrò beato, lei guardando.

A guisa d'Angel che, di sua natura
Stando su in altura,

Divien beato, sol guardando Iddio;
Cosi, essendo umana creatura,
Guardando la figura

Di questa Donna che tiene il cor mio,

Potria beato divenir qui io:

Tant'è la sua virtù, che spande e porge,1
Avvegna non la scorge

Se non chi lei onora desiando. 2

Questa piccola Ballata fu col nome di Dante pubblicata nella raccolta Giuntina a c. 15; ma Faustino Tasso nella sua edizione delle Rime di Cino l'attribuì a questo poeta; e siccome di Cino la riprodusse anco il Ciampi. Dee però notarsi che l'autorità di Faustino Tasso non può essere di molto peso, perciocchè quella sua edizione riconoscesi fatta con poco d'accuratezza e di critica; e veramente, per lo stile e per la maniera, che sente alquanto delle Ballate Dantesche, non puossi escludere la probabilità che questa pure a Dante appartenga. Fino a che peraltro non si abbiano dati di maggior sicurezza, od almeno in maggior numero, dovrà collocarsi fra i componimenti di dubbia autenticità.

Che spande e porge, che diffonde e conferisce.

Avvegna non la scorge Se non chi lei onora desiando, avvegnachė,

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5

Lo vostro pregio fino
In gio'3 si rinnovelli
Da grandi e da zittelli
Per ciascuno cammino; "
E cantinne gli augelli
Ciascuno in suo latino
Da sera e da mattino
Sulli verdi arbuscelli :
Tutto lo mondo canti,
Poiché lo tempo viene,
Siccome si conviene,
Vostra altezza pregiata,
Che siete angelicata
Angelica sembianza

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6

In voi, donna, riposa :
Dio, quanto avventurosa
Fu la mia disianza!

8

alla verdura.

creatura. 7

Vostra cera gioiosa,
Poiché passa ed avanza
Natura e costumanza,
Bene è mirabil cosa:
Fra lor le donne dea
Vi chiaman, come siete:
Tanto adorna parete,

Ch'io nol saccio contare :

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E chi poria pensare
Oltra natura umana

Vostra fina piacenza

10

oltre a natura??

Fece Dio per essenza,
Chè voi foste sovrana. 11
Perchè vostra parvenza 12
Ver me non sia lontana,
Or non mi sia villana
La dolce provvedenza :
E se vi pare oltraggio,
Ch' ad amarvi sia dato, 13
Non sia da voi biasmato;
Chè solo Amor mi sforza,
Contro cui non val forza

né misura.

lo dubito molto, che questa Ballata, la quale fu attribuita a Dante dall' edizione Giuntina, c. 13, possa essere del nostro Poeta ; perciocchè, sebbene non manchi d'una certa leggiadria, pure riscontrasi priva di quella concisione e di quella energia, che sono distintivi particolari della musa dantesca. Infatti il Dionisi, il quale (Anedd. II, pag. 97) notò, che dalla ignoranza dello Zatta fu posta nella sua edizione per vanguardia delle Canzoni, reputolla illegittima. E quantunque vedasi citata da alcuno come di Enzo re di Sardegna (ed Enzo poetò leggiadramente, anche a giudizio del Perticari, il quale nell' Amor patrio di Dante, lib. II, cap. 6, riportò alcuni brani d'una Canzone di lui), da Giammaria Barbieri si opina (Origine della Poesia rimata, Modena 1790, pag. 77) che, piuttostochè di Dante Alighieri, possa essere di Guido Cavalcanti. Ebbe Guido un' amorosa, la quale si fu Madonna Giovanna, che in riguardo alla sua leggiadria veniva soprannominata Madonna Primavera. E siccome la donna, di cui in questa Ballata si celebrano le doti ed i pregii, vedesi chiamata appunto col vocabolo Primavera (v. 2), così puossi ragionevolmente sospettare ch'essa sia la donna del Cavalcanti, e che del Cavalcanti sia per conseguenza la Ballata, tanto più che sente molto della maniera e dello stile di lui. Per queste considerazioni, e per essermi riuscite infruttuose le relative ricerche sui Codici, io credo dover riporre questo componimento fra quelli, che sulla loro autenticità lasciano molta dubbiezza.

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