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Molti, volendo dir che fosse Amore,
Disser parole assai; ma non potero
Dir di lui in parte ch'assembrasse 1 il vero,
Ne diffinir qual fosse il suo valore :
Ed alcun fu, che disse ch'era ardore
Di mente, immaginato per pensiero ;
Ed altri disser ch'era desidero
Di voler, nato per piacer del core.
Ma io dico ch' Amor non ha sustanza,
Né è cosa corporal ch'abbia figura,
Anzi è una passione in disianza;

Piacer2 di forma, dato per natura,

Sicchè 'l voler del core ogni altro avanza;
E questo basta fin che 'l piacer dura.

3

Amore, secondo l'Alighieri, è un sentimento di cortesia e gentilezza, il quale ratto s'apprende a gentil core (Inf., V, 100), e lo ritrae da tutte le cose vili (Vita Nuova). Or io non so persuadermi, che Dante, il quale erasi formato d' Amore un'idea sì chiara e precisa, ed il quale avea già cantato che Amor e cor gentil sono una

cosa (Son. X), potesse scrivere un Sonetto, in cui desse d'Amore una definizione cotanto diversa da quella che avea dato altrove. Fu questo attribuito a Dante dall' edizione Giuntina, c. 18 retro; ma il Corbinelli, che con molte varianti lo riprodusse nelle giunte alla Bella Mano, lo disse d' Incerto. Anche il Witte nell' opuscoletto più volte citato significò, che della dubbia originalità del Sonetto presente avea fatto parole nella sua tedesca edizione delle Rime di Dante. Lo ripongo dunque fra i componimenti che della loro autenticità non hanno prove bastanti.

1 Assembrasse. Il verbo assembrare vale sembrare, simigliare, ed altresi riunire, raccogliere, e qui sembra avere questo secondo significato.

2 Piacer, qui e nell'ultimo verso, vale, secondo il solito, bellezza.

3 Al. Colla virtù del cor ch'ogni altra avanza.

Basta, dura.

SONETTO XLVII.

Ora che 'l mondo s' adorna e si veste
Di foglie e fiori, ed ogni prato ride,
E freddo e nebbia il ciel da se divide,
E gli animali comincian lor feste;
Ed in amor ciascun par che s' appreste,
E gli augelletti cantando, lor gride,
Che lascian guai e di lamenti stride,
Fanno per monti, per prati, e foreste ; 1
Però che 'l dolce tempo allegro e chiaro
Di Primavera col suo verde viene;
Rinfresco in gioia e rinnuovo mia spene;
Come colui, che vita ed onor tiene

1

Da quel Signor, 2 che sopra gli altri è caro,
Lo quale a me suo servo non fia avaro.

Questo Sonetto, che parmi assai debole, fu prodotto in luce dal Witte, il quale lo trasse dal più volte citato Codice Ambrosiano. Ma poichè l'autorità d'un sol Codice, quando il componimento non abbia pregi tali che lo facciano riconoscere per Dantesco, non è argomento sufficiente per la sua autenticità; io credo dover collocarlo fra i componimenti dubbii, tanto più che il Witte stesso non pretese che dovesse infallibilmente appartenere al divino poeta.

1 Costruisci: Cantando per monti, per prati e foreste fanno lor gride,

che lascian guai e stride di lamenti. Da quel Signor, cioè, da Amore.

SONETTO XLVIII.

Per villania di villana persona,
O per parole di cattiva gente,
Non si conviene a donna conoscente,'
La qual di pregio e d'onor s'incorona,
Turbarsi, e creder che sua fama buona,
Che in ogni parte va chiara e lucente,
Si possa dinegar; poich' ella sente,
Che verità di ciò non la cagiona. 2
Come la rosa in mezzo delle spine,
E come l'oro puro dentro il fuoco,
Cosi voi vi mostrate in ciascun loco.
Dunque lasciate dir chi ha senno poco;
Ché par, che vostra lode più s'affine,

Che se 'l contrario usasser tai meschine. 3

Anche questo Sonetto fu tratto dal citato Codice Ambrosiano, e messo in luce dal Witte. Se si ponga attenzione all' ultimo ternario, si riconoscerà che il suo subietto è un pettegolezzo per ciarle di femmine plebee insorto contro la donna del poeta; subietto non punto dicevole all' alta e dignitosa musa Dantesca.

Ed infatti dallo stesso Witte fu detto, che per componimento di Dante gli appariva alquanto leggiero. Io dunque non esito un momento a riporlo fra i dubbii componimenti.

Conoscente, figurat. saggia.
Non la cagiona, non la incolpa,

non l'accusa.

3 Par, che vostra lode più s'affine, più s'affini, Che se'l contrario usasser

tai meschine, di quello che s' affinerebbe, se tali meschine femmine usassero il contrario, vale a dire, se invece di dirne male, ne dicessero bene.

238

RIME APOCRIFE,

CANZONE.

Oimé lasso quelle treccie bionde,
Dalle quai rilucieno

D'aureo color gli poggi d' ogn' intorno ;
Oime! la bella cera, e le dolci onde,
Che nel cor mi sedieno,

Di que' begli occhi al bén segnato giorno :
Oime! 'l fresco ed adorno

E rilucente viso;

Oimè lo dolce riso,

Per lo qual si vedea la bianca neve
Fra le rose vermiglie d' ogni tempo;
senza meve,

Oimè

Morte, perchè 'l togliesti si per tempo?
Oimé ! caro diporto, e bel contegno;
Oimé dolce accoglienza,

Ed accorto intelletto e ben pensato;
Oimé 'l bello, umile, alto disdegno,
Che mi crescea l' intenza

D' odiar lo vile e d'amar l'alto stato ;
Oime! 'l disio nato

Di si bella creanza;
Oimè quella speranza,

Ch'ogni altra mi facea veder addietro,
E lieve mi rendea d' Amor lo peso;
Oimė! rotto hai qual vetro,

Morte, che vivo m' hai morto ed impeso!

Oimė! Donna, d'ogni virtù donna,

Dea, per cui d'ogni dea,

Siccome volse Amor, feci rifiuto;

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Oimè di che pietra qual colonna
In tutto 'l mondo avea,

Che fosse degna in aere darti aiuto?
Oime! vasel compiuto

Di ben sopra natura,

Per volta di ventura

Condotto fosti suso gli aspri monti,
Dove t'ha chiuso ohimè fra duri sassi
La Morte, che due fonti

Fatto ha di lagrimar gli occhi miei lassi.

Oime! Morte, finché non ti scolpa,

Dimmi almen per gli tristi occhi miei,
Se tua man non mi spolpa,

Finir non deggio di chiamar omei?

Questa Canzone fu erroneamente attribuita a Dante dall' edizione di Rime antiche, Venezia 1518, per Guglielmo di Monferrato, sulla cui fede la riprodussero gli editori del secol passato e del presente, mentre il Giunti aveala già rifiutata, essendosi limitato a ristamparla in fine della sua raccolta del 1527 sotto nome d' incerto autore. Essa è pertanto di Cino; poichè nei molti Codici da me veduti mai si riscontra col nome di Dante, ma bensì in parecchi col nome di Cino; il Pilli ed il Ciampi, appoggiati a buone autorità, la produssero siccome di Cino; e quale componimento di Cino, e non già di Dante, la citano il Trissino, il Quadrio ed altri. Infatti lo stile passionato sì ma verboso, ne persuade non ad altri appartenere che al poeta pistoiese.

Ma a togliere ogni scrupolo che nei più dubbiosi potesse tuttavia restare, basterà il dire, che la donna, della quale qui si piange la perdita, si è Selvaggia Vergiolesi, l'amorosa di Cino. Che questa donzella facesse non breve dimora alla Sambuca (Castello piantato sugli aspri monti dell'Appennino nella pistoiese provincia, ove il di lei padre Filippo erasi rifuggito per le cittadinesche fazioni), e che ella poi vi morisse, lo dicono gli scrittori della Vita di Cino, lo dice l'istorico Pandolfo Arfaroli, lo dice finalmente lo stesso Cino nelle sue poesie:

Com'io passai per il monte Appennino,
Ove pianger mi fece il bel sembiante,

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