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giunta e degli altri loro coetanei, freddi concettisti; e la nuova, quella del dolce stile inspirato da vero amore, della quale egli stesso con compiacenza diceasi fondatore, e la quale avea già nel 1300 incominciato a contar de' seguaci. La moda di que' tempi in cui dominava uno spirito di galanteria cavalleresca, portava che gli uomini di lettere facessero pubblicamente all'amore colle donne che più distingueansi per bellezza di corpo, per nobiltà d'animo o per gentilezza di sangue. Ma perocchè sarebbe stato tenuto povero d'ingegno, e quindi non meritevole di corrispondenza colui, che cotali omaggi del cuore per tutt'altra guisa significasse che per rima, così era un canone di quella moda, che per mezzo solo di Sonetti, Canzoni e Ballate dovesse farsi all'amore. Di qua parimente, che chi volea far mostra di sapere e levarsi in qualche grido d'uom letterato, dovesse por mano ai versi, e cantare d' amore, innamorato o no che si fosse. L'imperator Federigo, il re Enzo e più principi di que' tempi furon anch'essi poeti, e chi amante non avea, fingea d'averla, o facea credere di esserne innamorato per fama, come il Majanese Dante che standosi in sui colli di Fiesole diceasi preso della Nina che avea sua stanza in Sicilia.

Che era dunque venuto da cotesta vecchia scuola? Che l'amore per mezzo di consonanze e di ritmi ciarlasse piuttosto che parlasse il linguaggio della passione e del cuore. Della qual cosa Dante conosciuto il difetto, volle provarsi ad unire all'armonia de' versi il calore del sentimento, e così sulle rovine dell'antica fondare una scuola novella e riuscigli appieno la prova. Non farà dunque d'uopo l'analizzare più avanti il passo or citato, ch'è come un'arte poetica buona per tutte le nazioni e tutte l'età, ma solo rammentarsi che assai di buon'ora, cioè fino dalla sua fanciullezza Dante fu preso a'lacci di due begli occhi e d'un sembiante gentile.

La passione d'amore fu anzi nell' Alighieri una delle più costanti, cotalchè bene s'avvisò il Petrarca di collocarne lo spirito nella terza sfera fra le anime innamorate. E Dante medesimo con ragione diceva:

«Tutti li miei pensier parlan d' Amore. >>

Son. VI.

<< lo sento si d'Amor la gran possanza

Ch'io non posso durare

Lungamente a soffrire ec. »

Canz. XII, st. I.

Il suo cuore sentiva più di quello che si potesse da lui, sebben maestro nell'arte del dire, significar con parole. E può ben dirsi con Foscolo, che se l'intelletto così nel Petrarca, come nell' Alighieri, ebbe virtù da' naturali e inalterabili movimenti del loro cuore, il fuoco però fu in Dante più profondo e più concentrato..... « Volete, escla» ma Ginguené, una prova dell'immenso amore, ond' arse il cuore » di Dante? Leggete l'episodio di Francesca da Rimini. Egli non >> rinvenne quella novità, quell' armonia, quella candida semplicità, quella tenerezza, quella verità nella forza e nella elevatezza del » suo genio, nè tampoco nella estensione del suo sapere: egli potè » ciò ritrovar solamente nell'anima sua passionata e nella ricor» danza delle sue tenere emozioni, e de' suoi puri vivacissimi affetti. » Il profondo filosofo, l'imperturbabil teologo, il poeta sublime non >> avrebbe potuto inventare e dipinger così: un tanto potere era ser» bato all'amante di Beatrice. »

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Beatrice figlia di Folco Portinari, fu, siccom'è noto, colei che destò nel petto di Dante i primi palpiti dell' amore; fu la fiamma che accese il suo genio, e quella occulta potenza che di esso fece un poeta piuttosto unico, che straordinario. Però Dante istesso con tutta verità nel Poema confessa di avere con tanto affetto amato cotesta donna,

« Ch'uscì per lei della volgare schiera. »

In essa egli amò non un ente morale, come malamente alcuni vorrebbon far credere, ma un essere corporeo, che andava adorno di squisite bellezze e di rare virtù. Or poichè quest' amore fu la luce che irradiò la mente dell' Alighieri, e che lo scorse per l' arduo cammin della gloria, farà d'uopo che ne discorriamo l'origine, i progressi, le modificazioni, e veggiamo in che si conformasse, in che differisse da quel sentimento, che l'uomo tien da natura, e di quali effetti fosse quindi la causa.

Io non dirò qui il quando ed il come Dante incominciasse a sentire nel cuore la più dolce e insieme la più terribile delle pas

sioni, dappoichè l'ho narrato nella Dissertazione alla Vita Nuova. Dirò dunque che l'amore di Dante per Beatrice era un' inclinazione di un cuor gentile per donzella adorna di tutti i pregi. Egli stesso avea detto che Amore e cor gentil sono una cosa. Così, mentre con tanta energia descrive nelle sue opere i moti e i trasporti dell' infiammato suo cuore, si fa sempre gloria di essere stato dall' amor suo per quella gentile donzella guidato pel sentiero della Virtù, ed esclama con lealtà:

«<lo giuro per colui,

Ch' Amor si chiama, ed è pien_di salute,
Che senza ovrar virtute

Nissun puote acquistar verace loda. »

Canz. XVII, st. V.

Avvegnachè l'immagine di Beatrice (egli dice nella Vita Nuova), la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d'Amore a signoreggiarmi, tuttavia era di sì nobile virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse senza il fedele consiglio della ragione. Ed altrove: Buona è la signoria d'Amore, perchè trae l'intendimento del suo fedele da tutte le vili cose. Egli diceva ancora di più; diceva cioè, che da Amore convenia si movesse ogni qualunque bene, a raggiungere il quale tutto il mondo s'affanna: e che senza la presenza d' Amore rimaneasi inefficace ogni umana attitudine alle buone opere, nella guisa stessa che senza il concorso della luce manca di vita un dipinto:

« Da te convien, che ciascun ben si muova,

Per lo qual si travaglia il mondo tutto:

Senza te è distrutto

Quanto avemo in potenza di ben fare,

Come pintura in tenebrosa parte

Che non si può mostrare

Ne dar diletto di color, nè d'arte. »

Canz. XI, st. 1.

Quando nel suo diciottesimo anno Dante rivide quella donzella, che già più tempo davanti avea veduta nella casa paterna, e ne ricevette un cortese saluto, gli parve toccare, dirò colle stesse sue parole, tutti i termini della beatitudine. Egli ne provò sì fatta dolcezza,

che come inebriato si partì dalle genti, e di subito ricorse in luogo solingo a meditare sovra tanta ventura. Di che egli prese a chiamar Beatrice sua salute e sua beatitudine, e ad affermare che in virtù de' suoi gentili e dignitosi portamenti, poteano dirsi di lei quelle parole d' Omero: « ella non sembra figlia d'uomo mortale, ma d'al» cuna divinità. »

Per questa passione cominciò il suo spirito ad essere impedito nelle sue operazioni, perocchè (egli dice) l'anima mia era tutta data a pensare di questa gentilissima: ond' io divenni in picciolo tempo di sì frale condizione, che a molti amici ne pesava; ed altri pieni d'invidia procacciavano di sapere di me quello ch' io voleva del tutto celare ad altrui. Ed io accorgendomi del malvagio domandare, che mi faceano, per la volontà d'Amore, il quale mi comandava secondo il consiglio della ragione, rispondea, che Amore era quegli che così m' avea governalo: dicea ch' Amore, perocchè io portava nel viso tante delle sue insegne, che questo non si potea ricoprire. E quando mi domandavano : per cui t'ha così distrutto questo Amore? Ed io sorridendo guardava, e nulla dicea loro.

Ne' primi tempi di questo suo amore, trovatosi egli in loco donde potea mirare la sua Beatrice, una gentil donna di molto piacevole aspetto, situata nel mezzo della distanza, credendo che il giovine a lei risguardasse, a lui pure ella andava rivolgendo lo sguardo. Gli amici pensarono esser questa l'oggetto della sua passione, ed egli amò confermarli in tale credenza, onde farne schermo alla verità. Parea temesse che i suoi affetti comecchè purissimi e sanzionati dal costume di quell' età, potessero in qualche parte minorare il pregio, in che si teneano le rare virtù della sua amata. Lungo tempo egli tenne le genti in tale avviso, coll' artificio eziandio di scrivere a quando a quando de' versi (come la Ballata O voi che per la via d'Amor passate) in lode di quella gentil donna che gli s'era a caso parata davanti. Prese pure ardimento di scrivere un Serventese

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«Con lo schermo di questa Donna mi celai alquanti anni e mesi, e per più far credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scriver qui ec. » — Vita Nuova.

(Capitolo in terza rima or perduto) in lode delle sessanta più belle donne della città di Firenze, e fra di esse collocarvi pure costei. Ma posto altresì avendovi il nome di Beatrice, corse gran rischio di far palese il segreto. Per le quali cose, da lui stesso narrate, chiaramente apparisce, quanto il giovin poeta, a differenza di tutt' altri che teneansi a gloria il far pubblica pompa de' loro amori, fosse ritenuto e costumato, e geloso dell' onore e della buona fama di Beatrice.

In uno de' suoi primi Sonetti abbiamo, che da molti e diversi pensieri d' Amore egli era combattuto sì che gravosa gli facevan la vita. Volea trovar modo che tutti insiem s'accordassero, ma ciò fatto non gli veniva, se non che tutti s'accordavano in questo, di gridar pietade e mercè :

<< Tutti li miei pensier parlan d' Amore,
Ed hanno in lor sì gran varietate,
Ch' altro mi fa voler sua potestate,
Altro folle ragiona il suo valore;
Altro sperando m'apporta dolzore,
Altro pianger mi fa spesse fïate;
E sol s' accordano in chieder pietate
Tremando di paura, ch'è nel core.
Ond' io non so da qual materia prenda;

E vorrei dire, e non so che mi dica:
Cosi mi trovo in amorosa erranza.
Chè se con tutti vo' fare accordanza,
Convenemi chiamar la mia nemica

Madonna la pietà, che mi difenda. »

Amore dunque facea continua battaglia nel cuore di lui, e secondo ch' egli stesso racconta, spesse volte sì fortemente assalivalo, che non lasciavagli altro di vita se non un pensiero, che della sua Donna parlava. Ma se sì vivamente sentiva la forza della sua passione, sì puri e sì casti n'eran peraltro gli affetti, che egli non potea a lungo sopportar la presenza della sua gentilissima donna: ma un tremore, com'egli dice mirabile, lo sorprendea tanto ch'ogni sua potenza per lungo spazio di tempo pareva distrutta. Il qual fatto comprova quella sentenza, che se dalla bellezza le facoltà sensitive

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