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tutte lacere e guaste, pure io reputo senza fallo illegittime. La prima incomincia:

«<lo fui ferma chiesa e ferma fede, >>

(e questa trovasi pure nel Codice 44, Plut. XL, della Laurenziana); la seconda:

<< lo sono 'l capo mozzo dallo 'mbusto. »

Rispetto a questa seconda Canzone noterò, che col nome di Dante ritrovasi non solo nel nominato Codice Riccardiano, ma ancora nel Laurenziano 44, Plut. XL. Nulladimeno è evidente che non può ammettersi fra le poesie di Dante Alighieri per ragione del suo stile disordinato e della sua meschinità. Eccone la prima stanza, ch'è la meno peggiore delle altre cinque:

<< lo sono il capo mozzo dallo 'mbusto

Del mondo, dalla fortunale spada,
Si che convien che da due parti vada
Versando sangue il corpo si distrutto;
Sì ch'io ne sto in lutto,

Pensando qual di me col tempo antico,
Quando col dosso, ch'io di sopra dico,
Correggea i regi ed abbattea i duci:
Dunque mercè mercè, dolci mie luci,
Increscavi di me, che m'affatico

Di racconciarvi me' come mie soma;

Ed io che parlo son la vostra Roma. >>

Nel Codice 63 della Biblioteca Marciana di Venezia questa Canzone non è più attribuita a Dante Alighieri, ma a Guido Cavalcanti. E che neppure al Cavalcanti, morto, come sappiamo, nel 1301, appartenga, è dimostrato dall' argomento d'essa Canzone, nella quale il poeta personificando la Cattolica Chiesa, e facendole far lamenti, riprende i vizii de' Cherici, e deplora le gare e le dissensioni tra il papa Giovanni XXII e Lodovico il Bavaro, cose tutt'affatto posteriori alla morte di Guido. Questa n'è poi la chiusa :

<< Canzon, come corrier che non soggiorna

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la quale nel Codice 37, Plut. XC, della Laurenziana, ed in alcun altro, viene attribuita a Dante, sta impressa non solo fra le rime di Cino pubblicate da Niccolò Pilli, da Faustino Tasso e dal Ciampi, ma altresì fra le rime d'autori incerti della raccolta Giuntina a c. 126, e (ciò ch'è più singolare) trovasi pur col nome di Cino nello stesso Codice Laurenziano 37, Plut. XC, che a Dante Alighieri l'ascrive.

La Canzone

« Novella Monarchia, giusto signore, »>

che in qualche Codice della Laurenziana vedesi falsamente attribuita a Dante Alighieri, nel Codice 35, Plut. XC, della Biblioteca stessa, sta col nome di Maestro Simone da Siena detto il Saviozzo, e nel Codice 39 del Pluteo stesso sta col nome del duca di Milano.

Nel volume delle rime di Cino, pubblicate per cura del professor Ciampi, è fatta menzione d' un Sonetto inedito, che incomincia :

« Degno farvi trovare ogni tesoro, »>

e che trovasi (ivi si dice) in uno de' Codici Redi siccome responsivo a quello di Cino

« Cercando di trovar lumera d'oro, »>

diretto al marchese Malaspina, pel quale si asserisce aver risposto Dante col sopraindicato Sonetto. Ma siccome pel contesto del Sonetto di Cino, in cui questo poeta dice essersi invaghito della marchesa Malaspina, è improbabile che il Sonetto potesse venire inviato allo sposo della donna amata; e siccome nell'edizione del Pilli apparisce diretto a Lemmo da Pistoia, così è da dirsi erronea ed infondata la notizia contenuta nel Codice Redi.

Fra varii poetici componimenti di Dante che il Trissino nella sua Poetica va citando, son ricordati pure i seguenti, che or più non si conoscono,

<< In quella parte dell' giovinett'anno.... >>

2

« Virtù che il ciel movesti a si bel punto....

L'istesso Dante nel suo libro della Vita Nuova dicé d'aver composto un Serventese in lode delle sessanta più belle donne di Firenze, del quale peraltro non cita il principio, e del quale nè da me nè da altri si è mai potuto ritrovar copia o notizia. Nel libro 11, cap. 11 del Volgar Eloquio, cita parimente siccome sua la Canzone

« Traggemi della mente Amor la stiva, »

ch' io non ho potuto rinvenire nè in libri a stampa nè in Codici manoscritti.

Senza contare i frammenti e le altre poesie, che giacciono, siccome ho detto, inedite ne' Codici, centotrentotto poetici componimenti, tra Canzoni, Sestine, Ballate, Sonetti e Madrigali son adunque stati finora prodotti alla luce col nome di Dante Alighieri, soli settantotto de' quali possono dirsi a lui appartenenti, mentre gli altri sessanta, tranne sei che per lo meno debbon dirsi di dubbia autenticità, appartengono a Fazio degli Uberti, a Guido Guinicelli, a Cino da Pistoia, a Guido Cavalcanti, a Dante da Maiano, a Sennuccio Benucci, a Tommaso Buzzuola, a Mino del Pavesaio, al Burchiello e ad altri rimatori alla burchiellesca, ad Antonio Pucci, a Butto Messo, a Cecco Angiolieri, ed a parecchi altri poeti incerti od anonimi. Nelle esclusioni ch' io ho fatto de' componimenti illegittimi, e nell' indicazione de' rimatori cui essi appartengono, io non pretendo d'aver sempre dato nel segno; ma il cortese lettore, considerando la natura d'un lavoro sì lungo e sì complicato, 'qual è il presente, vorrà condonarmi, io spero, que' falli in cui fossi per avventura caduto.

'Così il Cicciaporci, nelle Rime di Guido Cavalcanti, e Anton Maria Zanetti nella recensione del citato Codice 63 (Vedi Latin. et Ital. D. Marci Biblioth. Codd. MSS. recens. Venetiis 1741, pag. 247.)

Poichè con queste stesse parole incomincia Dante il canto XXIV dell'Inferno, convien dire che il Trissino o intendesse citare il detto canto, o sivvero una Canzone che avesse quello stesso cominciamento.

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