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X. Onde non temo più l'offensione

Degl' inimici miei, che con vergogna
Convien che vadan, e confusïone:
Però ch' io son mondato d'ogni rogna.1

X. Erubescant et conturbentur vehementer omnes inimici mei: convertantur et erubescant valde velociter.

SALMO II.

1. Beati 2 quelli, a chi son perdonati

Li grandi falli e le malizie loro,

1. Beati, quorum remissæ sunt iniquitates; et quorum tecta sunt peccata.

'La parola rogna, usata da Dante altresì nella Cantica dell' Inferno, dispiacque veramente al Bembo, al Nisieli, e ad altri critici, che riguardandola come incivile e sordida, ne lo censurarono però, e nel ripresero d'averla usata. Ma a giudicare con rettitudine, io credo, che a' tempi di Dante non fosse la medesima sì stomachevole e brutta, com'è poi divenuta, e com era ai tempi del Bembo. Il Menagio nelle Origini della Lingua Italiana deriva sì fatta voce dal rubigo de' Latini, per queste vie: rubigo, robigo, robiginis, robigine, rogine, rogina, rogna, per esser la rogna, com'e'dice, quasi la ruggine dell' uomo: e in questa opinione segue egli il Ferrari. Ma ci vuol ben della forza per tenere a sì fatte etimologie le risa. Rogna è fatto dal ronger de' Francesi, che significa rodere: onde ronge, rodimento, che si è poi da' Francesi applicato alla ruminazione degli animali; e in provenzale, rongia per rosione. È poi nota la trasposizione, che in non poche parole fu praticata della g e della n onde ponghiamo e pogniamo

si dice per esempio in Italia, spongia e spogna, venga e vegna, tenga e tegnia. Così di rongia ci venne rogna. Il Bastero infatti (Crusc. Provenz.) questa voce tra quelle pur numera, che ci sono dalla Provenza venute. Ora tal voce, come novamente nella nostra favella a' tempi di Dante introdotta, ne' quali la parlatura francese, o francesca, come dice e narra Brunetto Latini (Tesor.), era la più comune di tutti i linguaggi, perchè non potè egli adoperarla con laude in significato di incentivo, tentazione, stimolo, o simil cosa, nel qual senso è qui in fatti usata, come dal contesto apparisce? Le voci acquistano nell' estimazione degli uomini nobiltà o bassezza dall'uso che se ne fa nel parlare. Poté pertanto la detta parola divenire passo passo triviale, e per fin sordida, come la riputarono a' tempi loro il Bembo e il Nisieli, senza che tale fosse ne' suoi principii, e senza che Dante però peccasse in usarla a'suoi giorni.

Le persone, che godono della grazia di Dio, sono in tre classi di

E sono ricoperti i lor peccati.
II. Tutti beati ancora son coloro,

Che senza iniquità si troveranno
Innanzi al trono del celeste Coro.1
E quei tutti beati ancor saranno,

Ai quali Dio e gli Angeli del Cielo
Alcun peccato non imputeranno.
III. Ma io avendo innanzi agli occhi il velo
Dell' ignoranza, e ciò non conoscendo,

Ho fatto come quei, che teme 2 il gelo;

II. Beatus vir, cui non imputavit Dominus peccatum : nec est in spiritu eius dolus.

III. Quoniam tacui, inveteraverunt ossa mea: dum clamarem

tota die.

vise. La prima è di quelle, che cadute in grave colpa, si sono per la penitenza giustificate. La seconda è di quelle, che non sono giammai in grave colpa cadute; tuttochè di qualche imperfezione e venialità macolate, secondo il detto della Scrittura (Prov., cap. 24, n. 16) Sette volte cade il Giusto. La terza è di quelle, che, tranne la colpa d'origine, sono del rimanente innocenti del tutto, e pure; come sono i párgoletti morti dopo il battesimo, a cagione d'esempio ec. Tutt'e tre queste classi sono da Davide qui accennate in principio, e dette beate; volendo farci comprendere, che tutti coloro sono veramente invidiabili, che hanno la grazia di Dio. La prima classe è accennata nel primo versetto. La seconda in quelle parole: Nec est in spiritu eius dolus, o come altre versioni hanno: Nec est in ore eius dolus; dove supponendosi la potenza della volontà agli atti dolosi e iniqui, a'quali non si è però determinata, si vede, che parla egli degli adulti. La terza in quelle parole: Cui non imputavit ec. per esser la colpa originale quella sola, che non

ci è propriamente imputata da Dio a mancamento di nostra attual volontà, che sola è il principio del merito e del demerito, quantunque come vero reato contratto dal primo padre, peccatori da se ci costituisca, e rei di pena. L' Alighieri ha volute queste tre classi dichiarare nella sua versione con alquanta maggior chiarezza: la prima nel primo terzetto; la seconda nel secondo; e la terza nel terzo.

1 Cioè, avanti al trono di Gesù Cristo nell'estremo giudizio: Quando verrà il Figliuolo dell' Uomo nella sua maestà: e tutti gli Angeli con lui ec. (Matth. XXIV, v. 31.)

Teme in iscambio di temono, maniera di dire usata dall' Alighieri, non pur in questa versione, ma anche nel suo maggior poema, donde sei esempi se ne possono vedere, da me allegati nella Storia e Ragione d'ogni Poesia (tom. I, pag. 478 e 479). Il medesimo Dante nel suo Convivio (fol. 94) sì scrisse: riluce in essa le intellettuali e le morali virtù: riluce in essa le buone disposizioni da Natura date: riluce in essa le corporali bontadi; e il Crescenzio (lib. III,

Che stanno stretti,1 e nulla mai dicendo,
Ed aspettando, che il calor gli tocchi,2
E qua e là si vanno rivolgendo.

E poi ch' io ebbi in tutto chiusi gli occhi,

L'ossa mie, e i miei nervi s' invecchiaro,3 Gridando io sempre, come fan gli sciocchi.* IV. E benchè giorno e notte, o Signor caro,

IV. Quoniam die ac nocte gravata est super me manus tua, conversus sum in ærumna mea, dum configitur spina.

cap. 2): Si dee cercare il luogo, dove spiri i venti australi; e'l Villani (lib. V, cap. 1): Al qual (Nome Imperiale) solea ubbidire tutte le nazioni; e Fazio (Dittam., lib. V, cap. 5): Liso la nominò gli Antichi ; e altrove (cap. 12): Si nacque le prime genti di questo paese: e il Boccaccio (Fiam., lib. V, n. 131): Corsevi il caro marito, corsevi le sorelle. Questa maniera di accordare in diversi numeri i nomi e i verbi, come questi fossero assolutamente posti, è propria della lingua, e molto usata, dice il Bartoli (Tort. e Dirit., n. 108) il quale molti altri esempi ne allega. Ma non è per tanto questa maniera sì propria della volgar nostra lingua, che non fosse da' Latini altresì usata, e dai Greci, presso a' quali era nominata enallage, come da' Gramatici fu osservato.

1 Ristretti in se stessi, e raggruppati.

2 Ermogene e Longino commendano sopra tutte l' altre quelle metafore, le quali attribuiscono senso alle cose che ne son prive. Dante fu nell'uso di queste preclaro: e così dice in questo luogo: Aspettando che il calor gli tocchi; in iscambio di dire, Aspettando che si riscaldino un poco: come nella sua cantica dell' Inferno aveva pur detto, a cagion d'esempio, Dove il Sol tace, per Dove non è il Sole.

3

S'invecchiaro, cioè, scemarono di vigore, si dimagrarono ec., e

non intende l'autore di tempo, ma è metafora che s'usa pur oggi, dicendo d' uno divenuto per alcun accidente disfatto e smunto, che si è invecchiato. Tale infatti è la significazione dell'ebraica voce balu, che San Girolamo rese però ottimamente così: Le ossa mie si sono consumate.

Il testo latino: Dum clamarem tota die, è stato variamente dagl'interpreti spiegato. Teodoreto, seguitato dal Bellarmino e da altri, lo ha inteso, come se Davide detto avesse: Poichè io tacqui perseverando nel mio peccato; però non rifinando io di gridare per un vero sentimento di penitenza, le mie ossa si sono consunte. All' opposito i Santi Girolamo e Agostino lo hanno spiegato, come se Davide avesse ivi voluto dire: Poichè io tacqui perseverando nel mio peccato, le mie ossa si sono estenuate per le continue inquietudini e rimorsi; ed io senza riflettere alla cagion de' miei mali, andava scioccamente tutto il giorno mettendo querele e gridori. Dante ha seguitata questa seconda interpretazione, che è la più naturale, anzi la vera, atteso il contesto. Nè solamente a prevenirla vi ha premessa quella similitudine di chi teme il gelo, molto bene adattata; ma vi ha aggiunto, Come fan gli sciocchi; perchè questi in verità si affannano e gridano, senza tuttavia aver ricorso agli opportuni rimedi..

La tua man giusta mi gravasse molto,
Pur nondimen mai ti conobbi chiaro.
Ma ora, che dal viso tu m' hai tolto

Il velo oscuro, tenebroso e fosco,
Che m'ascondeva il tuo benigno volto;
Come colui, che, andando per lo bosco,

Da spino punto, a quel si volge, e guarda,1
Cosi converso a te, ti riconosco.
V. La penitenza mia è pigra e tarda ;

Ma nondimen, dicendo il mio peccato,
La mia parola non sarà bugiarda.2
Ma sai, Signor, che t'ho manifestato 3
Già l'ingiustizia mia e 'l mio delitto,
E lo mio errore non ti ho celato.
VI. E molte volte a me medesmo ho ditto:
Al mio Signore voglio confessare

Ogni ingiustizia del mio core afflitto.

V. Delictum meum cognitum tibi feci: et iniustitiam meam non abscondi.

VI. Dixi: Confitebor adversum me iniustitiam meam Domino: et tu remisisti iniquitatem peccati mei.

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2 Vuol dire, che la confessione del suo peccato sarà sincera, non nascondendolo, non iscusandolo, nè alleggerendolo. Dante ha seguito qui il testo ebreo, che ha il futuro Hodiacha (Cognitum faciam) Farò noto, dove la volgata ha (Cognitum feci) Ho fatto noto; sebbene è tuttuno, da che sovente nella sacra scrittura l'un tempo è posto per l'altro; e questo interprete entrato nel vero sentimento di Davide, passa tosto a spiegarlo.

Questa è quasi una correzione, come se dicesse: Che dico io? ti vo

glio dir la mia colpa? Tu sai, Signore, che te l'ho già detta: e tu, come pieno d'infinita bontà, me l'hai già condonata.

È qui da avvertire, che gli antichi rimatori non solevano elidere quelle vocali, che erano seguite da qualche altra aspirata, del che moltissime pruove si possono addurre, e molte ne ho io in fatti altrove allegate (Storia e Ragione d'ogni Poesia, tomo I, p. 665 ec.). Ciò è manifestissimo segno, che qualche cosa nell' aspirazione facevan pur essi sentire, che suppliva al tempo mancante di quella sillaba, la qual pronunzia gl' Italiani ammolliti hanno tuttavia perduta; forse per non isconciarsi con quell'incomodo.

E tu, Signore, udendo il mio parlare,
Benignamente, e subito, ogni vizio
Ti degnasti volermi perdonare.
VII. Ed imperò nel tempo del Giudizio

Ti pregheranno insieme tutti i Santi,
Che tu ti degni allora esser propizio.1
VIII. Ma gli orrori degli uomini son tanti,2
Che nello gran diluvio di molt' acque
Nelle fatiche non saran costanti.

Non s' approssimeranno a quel che giacque
Nell' aspero presepio, allora quando

Per noi discese al mondo, ed uomo nacque.

VII. Pro hac orabit ad te omnis Sanctus in tempore oppor

tuno.

VIII. Verumtamen in diluvio aquarum multarum ad eum non approximabunt.

Il senso è: Per questa tua infinita benignità, colla quale i peccatori a penitenza ricevi, tutti i Santi ti pregheranno, che vogli con loro esser misericordioso nell'estremo di del Giudizio. Nol pregheranno già in quel giorno, perchè in esso non sarà luogo nè a clemenza, nè a prieghi; ma i timorati di Dio il pregheranno nei tempi opportuni, ne' tempi delle tentazioni, e nelle occorrenze, affinche voglia esser loro propizio in quel giorno.

In tutto questo Salmo il Profeta si comprende assai bene, che aveva davanti agli occhi il tremendo di del Giudizio. Però riflettendo ai calamitosissimi tempi, che il precederanno, ne' quali sarà, dice Sofonia (cap. I, v. 24), tribolato lo stesso forte; e sarà gran tribolazione, come dicea lo stesso Redentore (Matth. XXVI, v. 21); Ah! esclama, che non tutti tra quelle tentazioni si serberanno costanti; nè tutti se la terranno con Gesù Cristo. Infatti dicea l'Apostolo

Paolo, scrivendo a Timoteo (Ep. II, cap. 3, v. 1, ec.): Sappi che negli ultimi giorni sopravverranno tempi pericolosi, e saranno gli uomini amatori di se stessi, pieni di cupidigia, vanagloriosi, superbi, disubbidienti a' loro maggiori, ingrati, scellerati, senz' affetto, senza pace, calunniatori, incontinenti, crudeli, senza benignità, traditori, protervi, orgogliosi, e amatori delle voluttà, più che di Dio, aventi un'apparenza di pietà, ma alieni dalla sostanza di essa. Ed ecco perchè dice l'interprete: Ma gli orrori ec., cioè a dire: Ma le cose che spaventeranno l'uomo dalla via della verità in quel diluvio di molte acque, cioè, in quel diluvio di iniquità e di errori come ben interpreta Sant' Agostino (in Psal. XXXI, vers. 8), saranno tante, che non tutti si terran saldi incontro ad esse; nè avranno il coraggio d' approssimarsi a colui, che si fece uomo per noi, e disse (Joan. cap. XIV, n. 6): Io sono la via, la verità e la vila.

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