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Per li nemici miei acerbi e duri,

Si ch'io ho perse con la carne l'ossa.1
IV. Costor m'han posto nelli luoghi oscuri, 2
Come s'io fossi quasi di que' morti,

Che par, che debban viver non sicuri.3
Onde i miei spirti son rimasi smorti,"
Ed il mio core è molto conturbato,
Vedendosi giacer con tai consorti.5
V. Ma pur quand' io ho ben considerato
Tutta la legge con l'antica istoria,
E quel, che tu hai fatto nel passato,
Io ho trovato, che maggior memoria
Si fa di tua pietà, che di giustizia;
Benchè proceda tutto di tua gloria.7
VI. Onde dolente, e pieno di tristizia,

6

A te porgo la man, perché non posso
Con la mia lingua esprimer mia malizia.
Lo mio intelletto si è cotanto grosso,

Che come terra secca non fa frutto,

IV. Collocavit me in obscuris sicut mortuos sæculi: et anxiatus est super me spiritus meus: in me turbatum est cor meum. V. Memor fui dierum antiquorum: meditatus sum in omnibus operibus tuis: in factis manuum tuarum meditabar. VI. Expandi manus meas ad te: anima mea sicut terra sine aqua tibi.

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1

5 Cioè: con i detti spiriti abbattuti. In fatti Della misericordia di Dio è piena la terra, dice altrove (Psalm. XXXII, v. 5) questo Profeta.

7 Benchè tanto la tua pietà, che la tua giustizia, siano dirette a tua gloria.

8 Malizia qui non significa pensamento di rea mente, nè perversità morale; ma significa male fisico, consternazione, infirmità, e simil cosa: significazione, che fu non di rado usata dagli antichi Toscani. Così Albertano Giudice da Brescia (cap. 38): È da servare l'usanza delli Medici, che coloro che hanno lieve malizia,

Se non gli spargi la tu'acqua addosso.1
VII. Onde ti prego, che m' aiuti al tutto: 2
E presto presto esaudimi, Signore,
Perché il mio spirto è quasi al fin condutto.
VIII. Deh! non asconder al tuo servidore
La faccia tua, acciò che io non sia

3

Di quei, che al lago discendendo muore.
IX. Fa si, ch' io senta quella cortesia,*

Che fai all' uom, pur ch' egli si converta,
Però che spera in te l'anima mia.
X. Tu sai, che l'alma io ti ho già offerta ;'
Ma pur, Signore, a te non so venire,

5

Se la tua strada non mi vien scoperta.

XI. Io prego, che mi vogli sovvenire,

E liberarmi da' nemici miei,

Però che ad altro Dio non so fuggire."

VII. Velociter exaudi me, Domine: defecit spiritus meus. VIII. Non avertas faciem tuam a me: et similis ero descendentibus in lacum.

IX. Auditam fac mihi mane misericordiam tuam: quia in te

speravi.

X. Notam fac mihi viam, in qua ambulem: quia ad te levavi

animam meam.

XI. Eripe me de inimicis meis Domine, ad te confugi: doce me facere voluntatem tuam, quia Deus meus es tu.

lievemente gli curano. E Brunetto Latini (Tes., 1, 2, 32): E le malizie, che son per cagione di flemma, sono rie di verno troppo duramente. E il Passavanti (Specch. di Penit. cap. 3): Cotale ha questa malizia rimedio: e il Petrarca e altri usano pure tal voce in questo significato.

L'intelletto mio è sì stupido, che non sa, che si pensi, se tu non l'aiuti. Egli è come terra secca, che non sa produrre verun pensiero, se con la tua grazia, quasi con acqua non lo fecondi.

Onninamente, e in ogni cosa.

3 Cioè al sepolcro, nella quale significazione più volte nelle Scritture è usata la voce lago.

Di riguardarmi con ispezial protezione ed assistenza.

5 Ciò è, che altrove diceva (Psal. LVI, v. 8): Il mio cuore è preparato, o Signore; io voglio essere tutto vostro e mi dichiaro per vostro: soltanto aiutatemi colla vostra grazia; perchè da me sono impotente pur a principiare la via della mia salvezza.

6 Non che sieno altri Dei, fuori che il vero ma intende di que

O Dio eccelso sopra gli altri Dei,

Fa si, ch' io senta la tua voluntade,1
Perchè tu sol mio Dio, e Signor sei.
XII. Deh fa, Signor, che la benignitade
Del tuo Spirito Santo mi conduca
Nel diritto cammin per tua bontade.2
Se, come spero, tu sarai mio duca,3
Io so, che viverò per sempre mai
Dop' esta vita labile e caduca.
XIII. Ma pur bisogna, che da questi guai,
E tribolazioni tu mi cavi,

Come più volte per pietade fai.

XIV. Perocchè io sono de' tuoi servi e schiavi,
Io prego, che distrugga tutti quelli,

Li quai contra mi sono crudi e gravi,
E che al mio bene far sono ribelli."

XII. Spiritus tuus bonus deduces me in terram rectam: propter nomen tuum, Domine, vivificabis me in æquitate tua. XIII. Educes de tribulatione animam meam: et in misericordia tua disperdes inimicos meos.

XIV. Et perdes omnes, qui tribulant animam meam; quoniam ego

servus tuus sum.

gl' idoli, che dalle genti eran adorati per Dei, de' quali Davide in altro Salmo si burla (Psal. CXXXIV, v. 15, ec.) chiamandogli Dei, che hanno orecchi, e non sentono; hanno occhi, e non vedono; hanno mani, e non palpano; hanno piedi, e non camminano ec. Io non fo capo, dice egli a queste statue insensate, che sono argento ed oro, e niente più; ma si a te, vero Dio.

1 Questa è la prima cosa, di che prega Davide il Signore, per poter perseverare nella sua riunione con Dio, cioè d'intendere la volontà di lui, e quel ch' egli da esso desidera, per metterlo in esecuzione.

E questa è la seconda cosa altresì necessaria alla perseveranza,

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PROFESSIONE DI FEDE

O PARAFRASI IN TERZA RIMA

DEL CREDO, DE'SACRAMENTI, DEL DECALOGO, DEI VIZI CAPITALI,
DEL PATER NOSTER E DELL' AVE MARIA.

Notizia letteraria' del motivo che indusse DANTE a comporre il Credo, estratta dal Codice 1011 della Riccardiana di Firenze.

Poi che l'autore, cioè Dante, ebbe compiuto questo suo libro (la Divina Commedia), e pubblicato, fu studiato per molti solenni uomini, e maestri in teologia, e in fra gli altri di Frati Minori, e trovarono in uno capitolo del Paradiso, dove Dante fa figura che

'Questa Notizia fu dal Rigoli premessa al Credo, o Profession di fede di Dante, ch'egli riprodusse confrontato coi Codici della Riccardiana nel Saggio di Rime di diversi buoni Autori, Firenze 1825. Ho riportato inferiormente le varianti che presenta tale edizione, inserendo nel testo quelle che evidentemente migliorano la lezione del Quadrio, ma riportandone la lezion rifiutata. Ecco quanto intorno al Credo dice il Rigoli nella Prefazione del libro citato:

« Non si potrebbe aprire la nostra » Collezione con nome più insigne. >> Dante merita il primato, e per la >> sua celebrità, e per l'ordine cro»nologico che ci siam proposti di >> seguire nella disposizione delle ri>> me medesime. Diamo di lui la sua >> Protesta di fede che contiene il » Simbolo degli Apostoli, la spiega>>zione de' Sacramenti e del Deca» logo, l' enumerazione de' vizi ca» pitali e la parafrasi dell' Orazione » domenicale, e della Salutazione >> angelica in terza rima..... Questa >> Professione di fede fu già pubbli>> cata nel secolo XV; e quindi ri>> dotta all' ortografia moderna; ma >> da noi volentieri si riproduce, >> poichè le cure impiegatevi ci han

»> no posto in grado di presentarla » in stato più conforme alla mente >> del suo autore. L'abbiamo primie>> ramente confrontata con dodici » MSS. della Biblioteca Riccardia»na, e colle edizioni del quattro» cento, e per tal mezzo è stata ac>> cresciuta la terzina XXVI, la qua» le comincia Ma sol di quell' eter»> no ec. mancante in tutte le stampe, » e si sono riportate le varianti di >> maggiore importanza, seguitando >> su questo proposito il Salviati ne» gli Avvert. sulla lingua, lib. I, » cap. 6, il quale parlando di vari » testi a penna, dice così: a niuno » di loro si va dietro del tutto, ma di » ciascuno si prende il buono, e nel » non buono si abbandona. Vi ab>> biamo ancora premessa la Notizia » letteraria del motivo che lo indus» se a comporla: non è a noi palese >> che sia stata riferita da altri, ma »> non osiamo proporla per vera. » Dessa fu estratta dal Codice 1011 » della Riccardiana: per altro se ne » dà un accenno in altri due Codi>> ci della medesima Biblioteca, cioè, >> in quello segnato di n° 1154 ove » si legge: Concione, la quale mandò » Dante Aldighieri da Florencia, es» sendo accusato per eretico al Papa;

truova San Francesco, e che detto San Francesco lo domanda di questo mondo, e sì come si portano i suoi Frati di suo Ordine, de' quali gli dice, che istà molto maravigliato, però che da tanto tempo ch'è in Paradiso, e mai non ve ne montò niuno, e non ne seppe novella. Di che Dante gli risponde sì come in detto Capitolo si contiene. Di che tutto il convento di detti Frati l'ebbono molto a male, e feciono grandissimo consiglio, e fu commesso ne' più solenni maestri, che studiasseno nel suo libro se vi trovasseno cosa da farlo ardere, e simile lui per eretico. Di che gli feciono gran processo contro, ed accusaronlo allo 'nquisitore per eretico, che non credea in Dio, nè osservava gli articoli della fè. E' fu dinanzi al detto inquisitore, ed essendo passato vespero, di che Dante rispose, e disse: Dalemi termine fino a domattina, ed io vi darò per iscritto com' io credo Iddio: e s'io erro, datemi la punizione ch' io merito. Di che lo 'nquisitore gliel diè per fino la mattina a terza. Di che Dante vegghiò tutta la notte, e rispose in quella medesima rima ch'è il libro, e sì come si seguita appresso, dove dichiara tutta la nostra fè, e tutti gli articoli, che è una bellissima cosa e perfetta a uomini non litterati, e di bonissimi assempri e utili, e preghiere a Dio e alla Vergine benedetta Maria, sì come vedrà chi lo leggerà, che non fa bisogno avere, nè cercare altri libri per sapere tutti i detti articoli, nè i setti peccati mortali, che tutto dichiara sì bene e sì chiaramente, che si tosto come lo 'nquisitore gli ebbe letti con suo consiglio in

» e nell' altro di no 1691, si ha: Uno » Capitolo di Dante sendo stato accu»sato allo'nquisitore, scusandosi di»cie così, e fa questa risposta. Se ci >> diamo la briga di esaminare a qual

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grado fosse la cultura a tempo » dell'Alighieri, non ci dee sorpren>> dere se egli cadde in sospetto, e >> venne in tal guisa accusato. Mat>>teo Ronti monaco di Monte Uli>> veto Maggiore avendo tradotta >> nell'anno 1380, o in quel torno, in » versi latini la Commedia di Dante, » ci dice che egli dovette soffrire >> per parte del suo superiore l'umi>> liazione di vedersi ridotto alla >> condizione laicale. Ci racconta il >> Boccaccio nella Vita di Dante (Fi>> renze 1733, pag. 259) che il libro >> De Monarchia più anni dopo la DANTE. 1.

» morte dell' autore fu dannato da » messer Beltramo cardinale del Pog» getto, e legato del Papa nelle parti » di Lombardia, perchè per argu» menti teologici pruova l'autorità » dell' Imperio immediatamente pro» cedere da Dio, e non mediante alcu»no suo vicario, come li cherici pare » che vogliano. A pag. 260 ci dice che » il medesimo porporato diede alle fiamme il detto libro, e il simiglian»te si sforzava di fare delle ossa del» l'autore, se a ciò non si fosse oppo»sto un valoroso e nobile cavaliere » fiorentino, il cui nome fu Pino della » Tosa, il quale allora a Bologna, » dove ciò si trattava, si trovò, e con » lui messer Ostagio da Polenta, po» tente ciascuno assai nel cospetto » del Cardinale di sopra detto. »

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