Page images
PDF
EPUB

10

Tanta quid heu semper jactabis seria vulgo,1
Et nos pallentes 2 nihil ex te vate legemus?
Ante quidem cythara pandum delphina 3 movebit
Davus, et ambigua Sphingos problemata solvet,
Tartareum præceps quam gens idiota figuret,
Et secreta poli vix experata Platoni :

4

7

6

8

Quæ tamen in triviis numquam digesta coaxat
Comicomus nebulo, qui Flaccum pelleret orbe.
Non loquor his, immo studio callentibus, inquis;
Carmine sed laico: clerus vulgaria temnit,

9

I regni stabiliti sovra il sole;

Ah perchè mai tema si grande e grave
Vorrai sempre gettare al volgo, e noi
Vati lasciar de' tuoi bei carmi privi?
E pur più presto con la cetra Davo
Trarrà il curvo delfin, sciorrà i problemi
Dell' equivoca Sfinge, che l' ignara
Gente sappia idearsi il gran baratro,
E gli arcani del cielo a Plato oscuri:
Cose però, che non mai bene apprese,
S'ode ne' trivii gracidare il Zanni,
Che potria con le ciance fugar Flacco.
A lui non parlo, anzi alli savi, dici;
Ma co' versi del volgo. Il savio sprezza
La lingua popolar, s' anco una fosse,

[merged small][merged small][merged small][ocr errors][merged small][merged small][merged small][merged small][merged small][merged small]

1

3

4

2

Etsi non varient, quum sint idiomata mille.
Præterea nullus, quos inter es agmine sextus,
1
Nec quem consequeris cœlo, sermone forensi
Descripsit: quare, censor liberrime vatum,
Fabor, si fandi paulum concedis habenas.
Nec margaritas profliga prodigus apris,
Nec preme Castalias indigna 5 veste sorores.
At precor ora cie, quæ te distinguere possint,
Carmine vatisono sorti communis utrique."

Chè ve n' ha più di mille. Infino ad ora
Nessun di que', fra cui tu il sesto siedi,
Cantò in sermon forense, nè pur quegli
Cui siegui al ciel poggiando. Or dunque lascia,
O de' poeti troppo aspro censore,

Che a parlarti io rallenti un po' le briglie.
Le perle non gettar prodigo a' porci,
Ne le Muse aggravar d' indegna veste :
Ma si la lingua in cotai carmi sciogli,
Che sien comuni a questa gente e a quella,

poetarum.

2 Dixit enim Dantes se inter Homerum, Virgilium, Horatium, Ovidium, et Lucanum, fore sextum. Cioè, nell' Inf., IV, 102:

3

Si ch'i' fui sesto tra cotanto senno.

Statium. Vedi Purgatorio, canto XXI.

Nel MS. cum sequeris. Nella stampa del ch. Lorenzo Mehus, lu sequeris; e pur egli lesse sul medesimo Codice: ma questa è franchezza letteraria. Senza dubbio Giovanni

scrisse consequeris, voce vera latina in senso di seguir d'appresso, e, come dicesi, di conserva. Per contrario nella Volg. Eloq. di Dante (lib. 1, cap. XIII): Itaque si Tuscanas examinemus loquelas, compensemus * qualiter viri præhonorati a propria diverterunt ec., dee leggersi, cum pense

[ocr errors]

mus. Dove si osservi che præhonorati, vuol dir di sopra onorati, non già molto onorali, com' è nella traduzione del Trissino. Una con curiosetta ho notata nel Comento del Boccaccio (Ediz. di Firenze, 1724, vol. VI, pag. 216)....quantunque crudel cosa sia l'uccidere ed il rubar altrui, quasi dir si puote esser niente, per rispetto a ciò ch'è il confonder* le cose proprie, ed all' uccider se medesimo; perciocchè questo passa ogni crudeltà che usar si possa nelle cose mondane. Vedi confondere, * cioè, fondere insieme, ch'è il proprio significato, che manca nella Crusca. Dante uso il verbo semplice; Inferno, XI, 44:

[blocks in formation]

2

Et jam multa tuis lucem narratibus orant.
Dic age quo petiit Jovis armiger1 astra volatu :
Dic age quos flores, quæ lilia fregit arator :
Dic Phrygias damas laceratas dente molosso:
Dic Ligurum montes, et classes 5 Parthenopeas
Carmine, quo possis Alcidæ tangere Gades,

3

6

Et quo te refluus relegens mirabitur Ister

7

Et Pharos, et quondam regnum te noscet Elissæ.
Si te fama juvat, parvo te limite septum
Non contentus eris, nec vulgo judice tolli.
En ego jam primus, si dignum duxeris esse,
Clericus Aonidum,' vocalis verna Maronis,

Onde tu possa farti chiaro al mondo.
E già cose parecchie d'esser conte
Chieggon da te. Su via, dinne qual volo
Agli astri fe' l' augel sacro di Giove:
Dinne quai fior, quai gigli l' aratore
Tronco; dinne de' frigii cavrioli
Da canin dente lacerati: dinne
De' monti di Liguria, e delle flotte
Partenopee, con suono tal, che a Gade
Giunga d' Alcide; e te legga ed ammiri
Ritroso l'Istro e il Faro; e te conosca
La piaggia ancor che di Didon fu regno.
Se talletta la fama, il troppo angusto
Limite schiva, ed il favor del volgo.
Io ministro di Febo, e servo detto

Del buon Maron, se degno stimi, il primo

[blocks in formation]

Promere gymnasiis te delectabor ovantum
Inclita peneis1 redolentem tempora sertis;
Ut præfectus equo sibi plaudit præco sonorus
Festa trophæa ducis populo prætendere læto.
Jam mihi bellisonis horrent clangoribus aures.
Quid pater Apenninus hiat? quid concitat æquor
Tirrhenum Nereus? 2 quid Mars infrendet utroque?
Tange chelyn, tantos hominum compesce 3 labores.
Ni canis hæc, alios a te pendendo poetas,
Omnibus ut solus dicas, indicta manebunt :
Si tamen Eridani 5 mihi spem medianne dedisti,
Quod visare, notis me dignareris amicis,

6

3

Te alle scuole godrò produr fastoso
Trionfator cinto di lauro il crine ;
Qual trombettier che a sẻ medesmo arride,
Bandendo al lieto popolo i trionfi
Del capitan con voce alta e sonora.
Già mi sento d'orror la mente ingombra
Per tumulti guerrieri. E che minaccia
Appennin padre? Quai nel mar tirreno
Nereo muove tempeste? E quinci e quindi
Marte a che freme? Omai tocca la cetra,
Tocca la cetra, e tante furie affrena.
Se a tai materie il tuo cantar non desti,
Perchè stranii da te stimi i poeti,
Col dir tu sol, saranno a tutti ignote.
O abitator di mezzo il Po, se speme
Mi vorrai dar di visitarmi, amiche

1i. laureis. È poi timpora nel MS. invece di tempora, forse per distinzion di vocabolo.

2 Deus maris. chelyn, cytharam.
i. refrena dictis tuis hæc quæ pos-

sent occurrere.

Nota qui il signor canonico Bandini: ita prius dicebat; sed postea ab eadem manu correctum est ad te.

5

i. Padi.

6 Che sia medianne non so. Se fosse con un'n sola, potrebbe intendersi Dante mezzano o di mezzo del Po (abitando egli allora in Ravenna) per la fossa condotta dal fiume a quella città, o per altro rispetto a me ignoto.

7 i. litteris.

Nec piget enerves numeros legisse priorem,
Quos strepit arguto temerarius anser olori :
Respondere velis, aut solvere vota, magister.

Note m' invia, nè aver letto t' incresca
Primiero il canto fievole, che il corvo
Oso intonare a si canoro cigno :

Rispondi, o i voti miei, Maestro, appaga.

DANTES ALAGERII JOANNI DE VIRGILIO.

ECLOGA I.

1

Vidimus in nigris albo 1 patiente lituris

Pierio demulsa sinu modulamina nobis.

Forte recensentes 2 pastas de more capellas,

4

3

Tunc ego sub quercu, meus et Melibus eramus :
Ille quidem (cupiebat enim consciscere cantum),
Tityre, quid Mopsus, quid vult? edissere, dixit.
Ridebam, Mopse; magis et magis ille premebat.

Vedemmo in ner su bianco foglio impressi
Carmi, dal sen delle Pierie suore
Dolcemente spremuti, e a noi diretti.
Io stava a caso allor con Melibeo
Sotto una quercia, le pasciute capre
Annoverando e Melibeo bramava

5

Meco sciogliere il canto. E che vuol Mopso,
Titiro mio, che vuol? sponlomi, disse.
Rideami, o Mopso, ed ei più sempre instava.

[blocks in formation]

6

i. simul scire. Tityre, o Dantes. Mopsus, magister Johannes.

5 i. dic, et est modi imperativi verbi edissero edisseris.

6 i. instabat.

« PreviousContinue »