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Mopsus amore pari mecum connexus1 ob illas,
Quæ male gliscentem timide fugere Pyreneum, 2
Litora dextra Pado 3 ratus a Rubicone sinistra

4

5

Me colere Æmilida qua terminat Adria terram,
Litoris Ætnæi commendat pascua nobis :

6

Nescius in tenera quod nos duo degimus herba
Trinacridæ montis, quo non fœcundius alter
Montibus in Siculis pecudes, armentaque pavit.
Sed quamquam viridi sint postponenda Pelori

Mopso congiunto a me con pari affetto,
Mercè di quelle dee, che paurose
Dal mal saltante Pireneo fuggiro
Del Rubicon su la sinistra riva,
Pensando, ch' io del Po stommi alla destra
Nel suolo u' con Romagna Adria confina,
Mi va del lido etneo lodando i paschi;
E non sa, che noi due qui su l' erboso
Ce ne viviam siciliano monte,

Di cui non v'ha nella Trinacria tutta
A nutrir greggi e armenti il più fecondo.
Ma quantunque non sieno al verdeggiante
Peloro da anteporsi i sassi d' Etna,

'L'istesso signor canonico: In Codice tamen potius convexus, quam

connexus.

2 Pireneus dum vidisset musas pluviali tempore, et quasi nocturno, dixit eis se velle eas amicabiliter acceptare, et dum intrarent domum, ipse eas inclusit, volens solus eas habere. At illæ evolaverunt per tectum, et ille volens eas sequi, projecit se post eas, et magno

ictu mortuus est.

3 Designat locum in quo stat, scilicet Ravennam.

Leggerei Æmilia di sesto caso, ovvero Emiliam; e di sotto al v. 74 Trinacria, o Trinacridis; ma forse a que' tempi si usava così; poichè al v. 79 è pure Acidis. La glosa interli

neare all' Æmilida dice Romandiola. qua, i. in ea parte.

5 Ammonisce il signor canonico Bandini, che per l'ambiguità delle lettere nella glosa, può leggersi al vocabolo Adria: civitas intra Adriacum mare. Littoris Ætnæi, i. Bononiæ. Trinacrida, Siciliæ.

6 Il sig. canonico Bandini: prius quod, sed postea correctum fuit quo.

Era pur Dante a Ravenna, e Giovanni a Bologna: e perchè dunque si finge egli stanziato in Peloro, e l'amico nell' Etna? Perchè voleva preferito al soggiorno di Bologna il suo di Ravenna; cosa che non gli riusciva si bene senza l'allegoria di cotal finzione.

Ætnica saxa solo, Mopsum visurus adirem,
Heic grege dimisso, ni1 te, Polypheme,2 timerem.
Quis Polyphemon non horreat, Alphesibœus,
Assuetum rictus humano sanguine tingi,3
Tempore jam ex illo, quando Galatea relicti
Acidis eheu miseri discerpere viscera vidit?
Vix illa evasit: an vis valuisset amoris,
Effera dum rabies tanta perferbuit ira?

4

Quid quod Achæmenides, sociorum cæde cruentum
Tantum prospiciens, animam vix claudere quivit?
Ah mea vita precor, numquam tam dira voluptas
Te premat, ut Rhenus, et Najas illa recludat

7

8

Io m' andrei nondimeno a trovar Mopso,
Lasciando il gregge qui, s' io non temessi
Te, Polifemo. E Alfesibeo: Chi mai
In orror non avrà quel Polifemo,
Uso di sangue uman lordarsi il ceffo,
Ahi! fin d' allor, che Galatea lo vide
Le viscere sbranar del misero Aci?
Ella appena scampò. Forse d' amore
Valse punto il poter, mentre tant' oltre
Giunse la bestial rabbia? E ond' è, che a stento
Achemenide l'alma ritenere

Poté, scorgendol sanguinoso tutto

Pel macello crudel de' socii suoi?

Ah, ti prego, mia vita, non ti prema

Voglia si fiera, ch' abbia il Reno, e quella

'Nel MS. in, ma suggerisce il signor can. Bandini che si legga ni. Cyclops fuit, de quo Virg., En., III, circa finem.

3 Nel MS. tingui, che viene dalla pronunzia de' secoli barbari, quantunque il Forcellini sull'autorità della stampa d'Anversa (che non è nemmen essa costante) rechi uno o due passi di Properzio a sostenere il suo linguo tinguis. In alcun vecchio rituale della Chiesa ho trovato tin

guere, e, se ben mi ricordo, anche tingare, tutto già effetto della cattiva pronunzia.

4

nomen proprium. Acidis, nomen proprium.

5 Nel Codice vix.

i. ut non morerelur. 'Ita ego scripsi (dice il signor canonico Bandini) ut versus constet, P licet in Codice nexus literæ citius promat, quam premat.

8 Flumen. Najas, s. Bononia.

Hoc illustre caput, cui 1 jam frondator in alta
Virgine perpetuas festinat cernere frondes.
Tityrus arridens, et tota mente secundus,

2

3

Verba gregis magni tacitus concepit alumni.
Sed quia tam proni scindebant æthra jugales,"
Ut rem quamque sua jam multum vinceret umbra,
Virgiferi silvis gelida cum valle relictis,

Post pecudes rediere suas; hirtæque capellæ
Inde, velut reduces ad mollia prata præibant,.
Callidus interea juxta latitavit Iolas,7

Omnia qui didicit, qui retulit omnia nobis :

8

Ille quidem nobis, et nos tibi, Mopse, poimus."

Naiade sua cotesto illustre capo,

Cui già lo sfrondator sceglier si affretta
Del sacro lauro le perpetue frondi.
Titiro sorridendo, e divenuto
Favorevole appieno, i saggi detti
Tacito riceve del gran pastore.
Ma perchè l' aria i bei destrier del sole
Tanto chini fendean, che l'ombra loro
Di gran lunga vincea tutte le cose,
I pastori attergaronsi ai lor greggi,
Lasciando i boschi e la già fredda valle.
Dai molli prati avean fatto ritorno
L'irsute capre, e se ne giano innanzi.
Quivi non lunge intanto erasi ascoso
L'astuto Iola, il qual notò ogni cosa,
Ogni cosa ridisseci. Egli a noi,

E noi, o Mopso, a te la dimostrammo.

s. capili. Virgine, i. Dafne lauro. festinat, ut te, s. coronet in poetam.

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Callidus, i. astutus. interea, dum Sc. isti pastores inter se talia recita

bant.

7 Dominus Guido Novellus. Omnia. dicta sc. superius.

8 s. Iolas. nobis, Danti. et nos, Dantes. tibi, Mopse, magistro Johanni.

Nel MS. poymus. E nella glosa

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INDICE PRIMO

CONTENENTE LE RIME LEGITTIME

cioè

quelle che con tutta sicurezza, o con molta probabilità,
possono dirsi appartenenti a Dante Alighieri.

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Al poco giorno, ed al gran cerchio d'ombra.
Amor che muovi tua virtù dal cielo. Canzone XII.

Amor che nella mente mi ragiona.

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Sestina I..

» 166

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Amor, dacchè convien pur ch' io mi doglia. Canzone VIII. » 139

Amor mi mena tal fiata all'ombra.
Amor, tu vedi ben che questa donna.
Amore e cor gentil sono una cosa.

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Cavalcando l' altr'ier per un cammino.
Chi guarderà giammai senza paura.
Ciò che m'incontra nella mente muore.
Coll' altre donne mia vista gabbate.
Color d'amore, e di pietà sembianti.
Così nel mio parlar voglio esser aspro.

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Sonetto IV
Sonetto XXXV.

Sonetto VIII.
Sonetto VII. .

Sestina II.

Canzone X.
Sonetto X.

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Dagli occhi della mia donna si muove.
Da quella luce che il suo corso gira.
Deh, nuvoletta, che in ombra d' Amore.
Deh, peregrini, che pensosi andate.
Di donne io vidi una gentile schiera.
Doglia mi reca nello core ardire.
Donna pietosa e di novella etate.
Donne, ch'avete intelletto d' Amore.

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Sonetto XXI.
Sonetto XXXIX.

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Ballata IV.

Sonetto XXXI.

· Sonetto XIX.

- Canzone XVIII.

Canzone IV.

Donne, io non so di che mi preghi Amore.
Due donne in cima della mente mia. Sonetto XLII

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DANTE. 1.

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